Little Bit Festival ha inaugurato la stagione con due spettacoli tutti al femminile

Prima "I monologhi della vagina", poi "Funambule"

"I monologhi della vagina" con Francesca Giacardi e Maria Teresa Giachetta. Foto: G. Donati
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Pubblicato ore 12:38

  • di Gianluca Donati

LIVORNO – Un duplice spettacolo tutto al femminile è andato in scena ieri sera, venerdì 7 ottobre, al Nuovo Teatro delle Commedie. Il primo era niente di meno che “I monologhi della vagina” (Cattivi Maestri), il secondo “Funambole” (Matrice Teatro) e hanno aperto la nuova edizione del Little Bit Festival. Due spettacoli che pur molto diversi tra loro hanno avuto in comune l’essere composti solo da attrici e di possedere vaghi agganci tra le tematiche.

I monologhi della vagina

Un testo teatrale tratto dalla celebre opera dell’autrice Nord Americana Eve Ensler che debuttò nel 1966 sulla scena Off-Broadway vincendo un Obie Award. Ieri sera questa rappresentazione è stata portata in scena da Francesca Giacardi e Maria Teresa Giachetta, su testo tradotto e adattato da Monica Capuani. Lo spettacolo ha registrato il tutto esaurito, tanto che oltre alle poltrone della platea tutte occupate, sono stati aggiunti dei cuscini sui quali si sono seduti sul pavimento di legno davanti alla prima fila, alcuni giovani ragazzi.

Davanti al pubblico, sul palco, erano presenti due sgabelli e un leggio. Le luci della sala si sono spente e si sono accesi i riflettori, ed è entrata una delle due attrici che ha iniziato un suo monologo che evidenziava gli stereotipi storici nei confronti della vagina, criticandone la cultura del “tabù” su questo tema.

Come è noto, il testo de “I monologhi della vagina” racconta delle storie di diverse donne che si vollero confidare con l’autrice, svelando il rapporto intimo che le lega alla propria vagina, e quello che emerge è un discorso sull’emancipazione femminile, che racconta di come queste donne – simboli di tutte le donne del mondo – diventino progressivamente consapevoli del proprio corpo e della propria sessualità.

Il primo personaggio che l’attrice rappresenta, raccontandone il proprio trauma, svela di essere stata stuprata quando era più giovane e per questo chiama la propria vagina come “secondo cuore”. E in questo momento che entra in scena la seconda attrice. Lo spettacolo da adesso in poi prosegue con una serie di racconti e le due attrici si alterneranno nella recitazione o, più spesso, interagiranno tra loro, quasi sempre recitando a memoria, in rare occasioni, leggendo dei testi dal leggio.

Lo spettacolo è molto ironico (ma dopo cambierà tono) e coinvolge il pubblico apprezza e le attrici spesso chiedono al pubblico di interagire, ripetendo a voce alta certe parole, come ad esempio appunto “vagina”, e il pubblico collabora. La recitazione delle attrici è piuttosto veloce, forse troppo, ma forse necessario visto la lunghezza della sceneggiatura.

Seguono una serie di racconti, per lo più ironici, ma che contengono sempre un sottofondo di denuncia sociale forte ed evidente, come la storia di una donna che si trova costretta a depilarsi la parte intima per volontà del marito e di come questo viene vissuto come un’imposizione che la fa sentire a disagio con sé stessa.

Improvvisamente le luci cambiano, diventano “fredde” (sapiente scelta registica) infatti inizia un monologo di forte denuncia sulle mutilazioni genitali femminili che avvengono in molte parti del mondo, e le risate del pubblico svaniscono, i presenti ammutoliscono e restano in religioso silenzio ad ascoltare.

Si narra delle donne stuprate durante la guerra in Kosovo e Bosnia e la recitazione non ha più il tono ironico ma si fa tragico. Segue un monologo che denuncia il pregiudizio storico nei confronti della masturbazione femminile, e non manca un cenno al rapporto saffico: la storia di una donna che grazie ad un’occasionale rapporto lesbico scopre che può fare a meno dell’uomo-maschio.

Lo spettacolo torna ad essere ironico, anzi, esilarante, infatti le due attrici iniziano a fare una serie di diversi tipi di gemiti da orgasmi, ognuno diverso a seconda della diversa tipologia orgasmica (vaginale, clitoridea, etc.), e mentre le attrici si esibiscono in questo divertente siparietto che suscita risate degli spettatori, le luci diventano stroboscopiche per rappresentare sul piano della regia, gli spasmi di piacere. Ma il finale dello spettacolo viene riservato alla “poesia”, narrando la storia di un parto, e quindi indicando la vagina come il luogo dal quale nascono i bambini, esce la vita. Ed è qui che lo spettacolo termina e le due brave attrici vengono meritatamente premiate da un lungo applauso, una vera ovazione.

Funambule

Per il secondo spettacolo, direzione artistica di Beatrice Sancinelli e Giulia Argenziano e musiche di Nicola Buttafoco, dopo una breve pausa di qualche minuto, il pubblico viene invitato a spostarsi in un’altra sala teatrale. Anche qui, tutti i posti sono esauriti. Sul palcoscenico c’è una strana struttura composta da una serie di cubi bianchi che saranno montati e smontati continuamente dalle stesse attrici modificando in infinite modalità la forma della struttura attraverso il quale le attrici interagiranno, a parte i cambi di abito, alcuni compiuti dietro il sipario, altri, in scena.

Si ode un canto femminile, poi escono dal sipario due attrici, mentre la terza viene dalla platea e sale sul palcoscenico. Le tre attrici sono Virginia Cimmino, Irene Papotti e Claudia Perossini che impersonano rispettivamente Aurora, Giovanna e Rita, tre amiche che da piccole firmano un accordo di rincontrarsi dopo 15 anni nella stessa scuola dove si sono conosciute, per raccontarsi i reciproci percorsi di vita.

Il testo e regia sono al quanto sperimentali e non sempre è facile seguire la narrazione, ma le tre attrici sono incredibilmente brave, la loro recitazione è ottima, e durante lo spettacolo, cantano e danzano (dimostrando di avere una preparazione completa) e dimostrano una straordinaria memoria, perché oltre a tenere a mente le battute, devono modificare continuamente la struttura composta dai cubi, a seconda delle esigenze del copione.
Tutti e tre i personaggi, nelle loro esperienze di vita si sono trovate a immaginarsi come delle “funambole”, in un movimento continuo di ricerca di sé stesse, oscillando continuamente tra i propri desideri e quelli degli altri, su una simbolica “corda della vita”.

Come accennato sopra, la sceneggiatura presenta degli agganci con lo spettacolo precedentemente rappresentato nell’altra sala teatrale, come quando le tre amiche, confidandosi tra loro, accennano alla prima volta che hanno avuto le mestruazioni e agli stereotipi sull’argomento, oppure quando una delle tre ragazze non si vede corrisposta da un ragazzo perché non ha un seno abbastanza sviluppato, o sul pregiudizio che una donna non può portare i capelli troppo corti. Lo spettacolo quindi è nell’insieme una riflessione sulle insicurezze femminili, soprattutto legate ai ricordi dell’adolescenza. Anche al termine il pubblico accoglie le tre protagoniste con un lungo, caloroso e meritato applauso.

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