Un Soldo di Cacio: il cibo e le vecchie tradizioni tra taverne e tovaglie a quadretti

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Numero 53.

Carissimo sig Cacio,

vorrei parlare con lei, perché non mi è chiaro il suo orientamento in merito, di una questione che credo riguardi tutti: lo specismo. Cerco di esprimermi meglio: il veganesimo, nella sua precipua funzione antispecista, secondo lei può essere visto come un’evoluzione della lotta di classe? Dire no alla bistecca come dire no al capitale? I carri bestiame come metafora di una società che ha perso la capacità di mettersi nei panni dell’altro, sia esso qualcuno ritenuto di classe inferiore, di un’altra razza, o di un’altra specie? Certo, questa società tiene in gran conto gli animali da compagnia, ma per quale strano cortocircuito io al tempo stesso posso idolatrare il mio gatto Isidoro e pensare che assurga su un ponte iridato quando passerà a miglior vita e trangugiare una triglia, ma anche una tellina, incurante della loro sofferenza?

Mi permetta un po’ di spirito, ma tra un innocuo ponce che al più sacrifica un limone e quella tomba del mare che è il cacciucco, non potremmo partire dalle nostre tradizioni comuni e ripensarle? Ma si pensi solo all’Arcimboldo e al profluvio di verdure e frutti con cui adornava la sua arte manierista, a me sembra un antesignano quanto mai nobile del veganesimo e duole, ma duole parecchio, assistere all’indifferenza delle istituzioni che non gli hanno mai dedicato una mostra.

Caro Cacio, credo di essere il primo vegano manifesto che le scrive, ma per me questo impegno è una passione e non pensi che non stigmatizzi anch’io gli eccessi di chi è solo “contro”, però mi piace confrontarmi su questi temi, e vedo che lei dà ascolto a tutti noi squinternati che amiamo ciacolare.
Mi si conservi, Cacio.
P.C., Colognole

Gentile P.C.,

grazie di cuore per la sua lettera, che trasuda spunti di riflessione ad ogni passaggio. È un piacere leggerla e sono sicuro che anche lo sparuto gruppo dei seguaci di questa rubrichetta apprezza la sua vena ironica.

Tra le suggestioni che la sua lettera mi palesa, senz’altro scelgo la metafora del carro bestiame: mi viene a mente la sequenza iniziale di “Tempi moderni” di Charlie Chaplin dove, con una musica incalzante, gli operai che si avviano alle fabbriche vengono associati in montaggio analogico a delle pecore costrette tutte nella stessa direzione. Chissà se Piero Ciampi aveva a mente questi meravigliosi secondi di cinema quando ha scritto “Andare camminare lavorare”.

E a proposito di seguire il flusso e la corrente, lei suggerisce un argomento da cui oggi non si scappa, caro P.C. Il cibo abbonda nelle conversazioni sui ristoranti – dove siamo stati e come, quanto s’è speso –, nei programmi televisivi che propongono cuochi spietati che si esibiscono in apocalittiche reprimende, nel contrappasso delle visite dal dietologo.

Io, P.C., anche se grassottello, mi ritengo un personaggetto poco consistente. Mi contento di cibo frugale, del pane nero o ‘dalle sette croste’, come lo chiamavano i nostri emigranti verso l’America. Ho poca dimestichezza con il cibo inteso come travolgente esperienza artistica dei sensi, dove le pietanze si presentano “su un letto di” e lo spaghetto nel menu è, appunto, al singolare e preceduto dall’articolo determinativo.

Sarà per questioni anagrafiche o di trascorsi personali, ma sono inchiodato alle vecchie tradizioni delle taverne, delle osterie, delle bettole dove si apparecchia con la tovaglia a quadretti bianchi e rossi, si beve il vino nel fiasco e si mangia quel che passa casa, che è sempre casereccio, appunto. Mangiare insieme mi garba assai, perché è l’occasione per stare insieme ma io le confesso che qualche volta a cena fuori ci vado anche da solo, e magari a chiacchierare mi ci metto lo stesso, se intercetto qualcun altro che è a tavola da solo come me.

Io, poi, mi contenterei di mangiare in un piatto solo, separando il primo dal secondo con una chirurgica scarpetta, e se il cameriere mi versa il vino mi sento in imbarazzo. Qualche volta mi verrebbe pure da offrirmi per dare una mano a rigovernare la cucina.

Ma a proposito di pranzi e cene fuori, caro P.C., mi faccia esprimere la massima solidarietà a tutti i bambini costretti a pranzo fuori. Ci siamo passati tutti, dalle domeniche interminabili costretti a una tavolata. Una noia mortale che si prova a sconfiggere divorando i grissini, poi facendo le palline con le molliche e infine i buchi sulla tovaglia con la forchetta. L’arrivo della pasta al pomodoro, delle patate fritte e della fettina impanata non vincono mai l’avvilimento, perché l’ordine impartito è perentorio: “Non ci si alza finché non s’è finito”. Solo al tintinnio delle tazzine da caffè, i bambini rivedono la luce. Si alzano, e vanno finalmente a giocare un po’ lì fuori.
Un abbraccio,
Cacio

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