Un Soldo di Cacio. La vanità. È davvero un peccato così grave?

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Dettaglio della copertina del romanzo di Michele Cecchini "Il cielo per ultimo" realizzata da Manuele Fior
Share

Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Spett.le Signor Cacini,

nel suo libro si parla tanto di attaccamento tra padre e figlio, mentre la figura materna rimane un po’ fredda e distante. Io invece ho avuto un’esperienza diversa, una madre compianta, molto amata, con la quale c’era una confidenza assoluta, al punto che non mi vergogno a confessarle che, non sopportando io i capelli bianchi, me li facevo tingere da lei. E qui volevo arrivare al punto: la vanità. È davvero un peccato così grave o è anche uno stimolo a migliorarsi? Intendo non solo la vanità estetica, ma anche e soprattutto quella morale e intellettuale. Io mi arrabbio quando sento redarguire le belle donne che sono vanitose, e che magari qualcuno chiama con epiteti offensivi, come se il dono di sé, sia pure previo compenso, non fosse la più antica consuetudine umana, tutto sommato perdonabile, laddove non comporti sfruttamento. Allo stesso modo perché stigmatizzare chi si vanta di un bel verbo o di una mano fatata con il pennello? A me sembra un retaggio cattolico di cui forse dovremmo liberarci, e glielo dico da laico che ha accompagnato la sua mamma, molto credente, a San Giovanni Rotondo, Lourdes e Medjugorie in più di una occasione. La ringrazio tanto per l’attenzione che mi presterà.
In fede.
Mauro B., Nugola

Caro Mauro,
visto che mi scrive da Nugola, non posso non segnalarle – ma lei di sicuro già sa – la bellissima esperienza del gruppo di lettura che opera dalle sue parti. Sono sicuro che Giancarlo Belloni, che lo coordina, sarebbe felice di accoglierla, se già non ne fa parte. Tra l’altro, per dirle quanto costoro son ganzi (ovverosia: di molto), hanno costituito anche la sezione dei lettori adolescenti, parecchio frequentata e operativa. Un piccolo miracolo, insomma.
Detto questo, la sua riflessione sulla vanità mi ha fatto venire in mente Guido Gozzano, che nei “Colloqui”, a proposito della caducità umana e dei rimedi per combatterla, con il suo meraviglioso tocco amaro, ironico e sarcastico, scrive della “vecchiezza, l’orrida vecchiezza / dai denti finti e dai capelli tinti”.
La “detestata soglia” della vecchiaia, per dirla con Leopardi, ha sempre ispirato i poeti. Qui gliene cito uno che si chiama Emanuel Carnevali. Nella sezione il cui titolo è tutto un programma, “Sorrow’s Headquarters” (Quartiere generale del dolore), dice: “Tra i miei capelli / il pettine passa / svelto, svelto”. Insomma, un’istantanea della vita che “fugge e non si arresta un’ora” – questo è Petrarca. Ormai mi sono tuffato nel minestrone di citazioni, Mauro, sperando che un po’ di fuffa mi faccia fare bella figura con lo sparuto gruppo che segue codesta rubrichetta.

Già che ci siamo gliene parlo volentieri, di Emanuel Carnevali. Oggi è pressoché sconosciuto al grande pubblico: nel mio piccolo, non ne comprendo il motivo. Tra l’altro aveva un rapporto strettissimo con la madre – tanto per rimanere in tema con la sua lettera, Mauro – ed estremamente conflittuale con il padre. La sua vita è un romanzo, e infatti lui l’ha scritto: si chiama “Il Primo Dio”, un capolavoro.
Era nato nel 1897 a Firenze. Dopo un’infanzia problematica, i rapporti familiari fallimentari e un percorso scolastico disastroso, a diciassette anni piglia e parte: si imbarca e va negli Stati Uniti. Da solo, senza conoscere una parola di inglese.
Nei soli otto anni vissuti in America, tra New York e Chicago, Carnevali sopravvive facendo il lavapiatti, lo spalatore di neve, il garzone e altri mestieri di fortuna, ma soprattutto si inserisce perfettamente nel gruppo degli intellettuali statunitensi della “lost generation”. Pubblica poesie, dirige una rivista letteraria, stringe amicizia con Ezra Pound, William Carlos Williams, Robert McAlmon, Mitchell Dawson, Sherwood Anderson. Intrattiene rapporti epistolari in Italia con Benedetto Croce, Giovanni Papini ed altri.
Poi, l’insorgere dell’encefalite letargica lo costringe a rientrare in Italia. Vive i suoi ultimi anni tra ospedali, cliniche e pensioni. Il destino infame volle giocargli un ultimo scherzo: Emanuel Carnevali muore a soli quarantacinque anni soffocato da un boccone di pane. C’è un suo verso che mi piace da morire, “Semino parole dalla tasca bucata”: la dice lunga su di sé, sul ruolo del poeta e della poesia. È un verso che ha ispirato Bobo Rondelli, autore di un album che si intitola appunto “Come Carnevali”.

Ogni poesia di Carnevali è un grido di disperazione lancinante, micidiale e tuttavia i suoi versi sono intrisi di un amore profondo per la vita e per i propri simili. Senta che bellezza questo passaggio, tratto da “Luoghi comuni”:

È certo che ti volevo vedere
perché ti saluto con parole troppo comuni
per nascondere una bugia:
“Che piacere vederti”.

Mauro, vuole saperne di più su “questo uomo che ha fretta” – per parafrasare un titolo di una sua raccolta di racconti? A Livorno abbiamo una delle persone più competenti in materia. Si chiama Antonella Landi, è una docente di scuola superiore che ha al suo attivo varie pubblicazioni. In questi anni si sta dedicando allo studio di Carnevali per il dottorato di ricerca all’Università di Firenze. È una persona stupenda e di grande spessore, costei. Il mio invito è rivolto alle associazioni culturali, ai gruppi di lettura, alle scuole: contattate Antonella, invitatela, lasciate che vi racconti di questo autore oggi dimenticato. Vi commuoverete e finirete per ringraziare entrambi.

La saluto con affetto e con parole troppo comuni, Mauro: è stato un piacere.
Cacio

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*