Alla scoperta delle pietre d’inciampo lungo le vie di Livorno

Sono 20 quelle che si trovano nella nostra città

L'ultima pietra d'inciampo, in ricordo di Gigliola Finzi. Foto: Va. Cap.
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Pubblicato ore 15:05

– Articolo aggiornato al 27 gennaio 2022

  • di Valeria Cappelletti

LIVORNO – Viaggio tra le pietre d’inciampo che si trovano a Livorno nel Giorno della Memoria. A promuovere l’installazione nella nostra città delle “stolpersteine“, pietre d’inciampo in tedesco, è stata la Comunità di Sant’Egidio per ricordare la deportazione di tanti livornesi di religione ebraica, durante il nazi-fascismo.

Sono 20 le pietre d’inciampo presenti a Livorno, dopo quella dedicata alla piccola Gigliola Finzi posta in via Verdi 25 nel 2021, il 27 gennaio 2022 ne sono state aggiunte altre due dedicate ad Ada e Benito Attal. La pietre d’inciampo a Livorno sono state installate a partire dal 2013.

Ecco dove si trovano e a chi sono dedicate:

Nel 2013

Via Fiume 2: si trova la pietra d’inciampo dedicata a Franca Baruch, che qui abitava. Figlia di Raffaello Baruch e Camelia Nahoum, nacque nel 1943, fu arrestata al Gabbro insieme alla madre il 20 dicembre 1943 a soli nove mesi e venne trasferita a Fossoli, poi deportata ad Auschwitz dove fu assassinata il 26 febbraio 1944.

Via Cassuto 1: la pietra d’inciampo è dedicata a Perla Beniacar, posta dove abitava la bambina che nacque a Livorno il 19 giugno 1935 da Moise Beniacar e Estrea Levi. Venne arrestata a Borgo a Buggiano (Pistoia) il 25 gennaio 1944, aveva nove anni. Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, fu assassinata il 26 febbraio 1944.

Via Verdi 101: due pietre d’inciampo dedicate a Raffaello Menasci e al figlio Enrico Menasci che qui abitavano. Raffaello (nato nel 1896) era professore all’Università di Pisa, in seguito alle leggi razziali perse la cattedrae si traferì a Roma insieme al figlio e alla moglie Piera Rossi. Enrico nato a Livorno il 27 marzo 1931. Entrambi arrestati il 16 ottobre 1943 a Roma e deportati ad Auschwitz. Raffaelo morì il 29 febbraio 1944 ed Enrico fu assassinato a soli 12 anni ad Auschwitz nello stesso anno.

  • Perla Beniacar. Foto: Va. Cap.

Nel 2014

Via della Posta 9: qui abitava Isacco Bayona, nato a Salonicco in Grecia il 27 gennaio 1926. Il padre era livornese e aveva sposato una donna greca. Isacco fu arrestato nel 1943 insieme alla madre, al fratello Carlo e alle due sorelle Dora e Luciana, deportati ad Auschwitz, solo lui sopravvisse e tornò in Italia dove ritrovò il padre che, per via di un infortunio si era recato in ospedale.

Via Chiarini 2: qui si trova la pietra d’inciampo di una delle testimoni più importanti della Shoah, Frida Misul (1919-1992) livornese e cantante lirica, arrestata l’1 di aprile del 1944. Dopo un periodo di reclusione nel campo di Fossoli, viene deportata ad Auschitz dove rimane per circa un anno ma riesce a salvarsi. Frida ha raccontato gli orrori della Shoah nel suo diario.

  • Frida Misul. Foto: Va. Cap.

Nel 2015

Via della Coroncina 16: qui abitavano Dina Bona Attal Bueno e il figlio Dino Bueno. Dina nata a Livorno nel 1899, coniugata con Mario Bueno, viene arrestata a Marlia (Lucca) nel dicembre 1943 e deportata ad Auschwitz dove fu assassinata nel febbraio 1944. Dino Bueno nato a Livorno nel 1922 fu arrestato insieme alla madre nel dicembre del 1943 deportato ad Auschwitz e qui assassinato ma non è conosciuta la data della morte.

  • Dina Bona Attal. Foto: Va. Cap.

Nel 2017

Via Fagiuoli 6: abitava Ivo Rabà, nato a Livorno nel 1919 fu arrestato a Casoli di Camaiore (Lucca) il 2 febbraio 1944. Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz nel 1944, vi trovò la morte nel 1945.

Via Strozzi 3: A Nissim Levi che qui abitava. Nato a Torino nel 1928 da Abramo Levi e Rosa Adut, fu arrestato a Guasticce (Livorno). Fu arrestato nel dicembre 1943, deportato nel 1944 ad Auschwitz insieme ai genitori venne liberato. Nel 2020 Livorno ha dedicato le pietre d’inciampo ai genitori.

  • Ivo Rabà. Foto: Va. Cap.

Nel 2018

Via Cassuto 1: viene posta la pietra d’inciampo in ricordo di Matilde Beniacar, figlia maggiore di Moise Beniacar ed Estrea Levi e sorella di Perla, è l’unica che sopravvive alla deportazione. Nasce a Smirne nel gennaio 1926, arrestata nel gennaio del 1944 a Borgo a Buggiano fu deportata ad Auschwitz e poi liberata. Muore a Cecina nel dicembre 2016, ultima sopravvissuta livornese ai campi di sterminio.

  • Matilde Beniacar. Foto: Va. Cap.

Nel 2020

Via Strozzi 9: vengono poste le pietre d’inciampo dedicate ai genitori di Nissim Levi, Abramo Levi e Rosa Adut e ai fratelli di Nissim, Selma e Mario Moisè. Abramo, Rosa, Selma e Mario furono arrestati tutti nel dicembre 1943, insieme a Nissim. Deportati prima al campo di Fossoli e poi il 16 maggio 1944 ad Auschwitz. Il padre Abramo muore il 31 dicembre 1944. La madre Rosa, ed i tre figli, Selma, Mario Moisè ed Elio Nissim, vennero liberati e fecero ritorno in Italia.

Via del Mare 2: vi abitavano Piera Galletti Genazzani e la figlia Lia Genazzani. Nate entrambe a Firenze furono arrestate alla frontiera italo-svizzera nel dicembre 1943 e carcerate prima a Varese e quindi a Milano. Deportate da il 30 gennaio 1944 ad Auschwitz. Piera viene uccisa all’arrivo il 6 febbraio 1944, la figlia Lia è assassinata pochi mesi più tardi il 31 agosto del 1944.

  • Lia Genazzani. Foto: Va. Cap.

Nel 2021

Via Verdi 25: è la più piccola tra tutti i livornesi ebrei che furono deportati e uccisi ad Auschwitz, si tratta di Gigliola Finzi, morta a soli tre mesi il 23 maggio 1944. Berta, la madre, partorisce Gigliola il 19 febbraio 1944 nel reparto maternità di Grosseto e subito dopo vengono trasferite a Roccatederighi, a marzo tutta la famiglia viene portata a Fossoli e il 16 maggio 1944 deportata ad Auschwitz. All’arrivo al campo di concentramento, Nonno Erasmo, Natale, il padre di Gigliola, Berta e Luciana la sorella di Berta sono fatti scendere dal treno a spintoni e urla, la bimba piange, un tedesco infastidito dal pianto strappa la bimba dalle braccia della madre e la uccide barbaramente, vengono uccisi subito anche Berta, Nicola ed Erasmo, Luciana viene condotta all’immatricolazione, ma non farà più ritorno a casa. Leggi la storia completa qui.

Nel 2022

Via San Francesco 23: due pietre d’inciampo dedicate ad Ada e Benito Attal, madre e figlio. Benito venne affidato dalla madre Ada a un orfanatrofio israelitico che aveva sede in via Paoli 36 a Livorno. L’istituto della comunità ebraica sosteneva i bambini in difficoltà, perché figli di famiglie povere, o di genitori separati o di ragazze madri. Tra il gennaio del 1942 e il febbraio del 43 l’orfanatrofio venne trasferito a Sassetta, un ordine di polizia nel novembre dispose l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei residenti in Italia, nonché l’immediato sequestro dei loro beni mobili e immobili. I bambini furono condotti alla stazione i Vada: destinazione campo di concentramento di Fossoli. Una bomba colpì la locomotiva, allora Don Vellutini sacerdote di Vada, radunò tutto il gruppo, i bambini vennero accolti dalle famiglie di contadini della zona e qui passarono la notte. La popolazione fu solidale pur essendo consapevole del rischio che correva aiutando ebrei. Il giorno seguente Don Vellutini si attivò per far portare i bambini a Livorno. Il viaggio avvenne in camion, i ragazzi furono trattenuti ad Ardenza, nella Scuola Giosué Carducci. Ada si recò alle scuole Carducci per chiedere la restituzione del figlio e in quella occasione entrambi furono arrestati. Deportati a Fossoli, partirono per Auschwitz il 16 maggio 1943, Benito fu ucciso all’arrivo il 23 maggio 1944 (a dieci anni). Il convoglio era il numero 10, lo stesso su cui fu deportata Frida Misul. Ugo Bassano, testimone di quei giorni, insieme alla sorella Luciana, ricorda che Benito era un bambino taciturno, le sofferenze e i traumi della guerra e delle persecuzioni l’avevano profondamente segnato. “A dieci anni Benito era infelice”, ricorda Ugo. Sempre dalla testimonianza di Ugo sappiamo che la mamma Ada era stata avvertita del pericolo che correva andando a prendere Benito a scuola e che lei avesse risposto: “Ma lui è mio figlio, dove va lui vado io“.

Foto: Comune di Livorno

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