Un Soldo di Cacio: “Senza la minima intenzione di essere aspettati”

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Numero 86

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Gentilissimo Cacio, o professor Cacini che dir si voglia,

approfitto della bella giornata per scriverle all’ombra di una pergola regolarmente condonata. Il 22 maggio ricorreva non solo la giornata dedicata alla nostra Santa Patrona, per chi ci crede, ma anche il centocinquantenario della morte di uno mica male: già, Alessandro (Alino da queste parti) Manzoni.

Lei è una vecchia volpe e non le sfugge davvero l’attualità di quel gigante di Alino e io mi chiedo, boia d’un mond làder come dice la mia mogliera bolognese, perché non parlarne in contesti anche diversi da quelli scolastici a lei ben noti, ma fosse anche mentre ci si mangia un fritto al calasole?

Guardi, io vado matto per le iniziative spurie e questo mi fa venire su un’altra domandina: le piace la commistione, la frammistione, l’indecisione? Io mi ci tuffo di siuski, perché poi guardo i murales e penso alla letteratura, vedo un festival letterario, e bello o brutto non me ne può fregare di meno, e ne penso uno musicale, ascolto musica e mi ci va un fritto.
Sono un onnivoro, che ci posso fare, e se non scrivo a lei, a chi dovrei scrivere?
Un’ultima cosa: un suo pensiero spassionato sul maestro Fremura.
Sa cosa mi diceva la mia mamma Licia buonanima, che era anche maestra? “O Ulianino, ma quanto divaghi, mi fai girare la testa come una trottola!”.
Sospetto che lei la pensi come la mia mammina e la saluto in via precauzionale, che se mi aizza la tigre Mirtilla mi fa male.
Mi stia così, come le viene.
Uliano, Limoncino

Uliano,
lei mette le mani avanti ma per quanto mi riguarda può tenerle tranquillamente in tasca: la sua famelica ansia di commistionare saperi e sapori mi pare del tutto in sintonia coi nostri tempi sgangherati, dove tutto coesiste e si confonde in un magma forse indistinto ma ganzissimo, a sapercisi orientare.
Sarà un caso, Uliano, che i miei ragazzi di scuola fanno i compiti a casa con la musica nelle cuffiette mentre spippolano al piccì con una marea di finestre aperte che io ci prenderei di sicuro un raffreddore, abituato come sono a fare un cosina alla volta, calmo calmo e sempre con la parecchia ansia di non riuscire.

Sull’Alessandro nostro, quanto mi verrebbe da dire non sto a dirglielo, Uliano. Si sa che gode di alterne fortune, specie in ambito scolastico, dove mi pare inchiodato e imbalsamato insieme ad altri illustri: non posso qui non citare il da me amatissimo Giovanni Verga.
Chi scrive – non mi riferisco a me, dico: in generale – ne conosce e riconosce l’imprescindibilità, e si sente indebitato di brutto.
Ora, io non sto a disturbare il mio autore, in questi giorni impelagato nell’accudimento ad un altro personaggetto che glielo raccomando: un tizio che si intristisce per i cassonetti dell’immondizia e ragiona con i lampioni.
Meglio lasciar perdere e torniamo a noi: sfido chiunque abbia scritto qualche riga a non riconoscere l’importanza della lezione del Manzoni Alessandro.
Non mi riferisco all’idea di letteratura che ci ha lasciato: il vero come oggetto non saprei; l’interessante come mezzo magari; l’utile come scopo vattelappesca. Né sto qui ad addentrarmi sulla sua opera, perché non è questa la sede e finirei per inciampare nelle banalità.
Mi limito ad acciottolare qualche sparuta riga che le butto lì, poi veda un po’ lei, Uliano. Pensi ai tempi di gestazione. La Ventisettana, la Quarantana: dalla “prima minuta” in poi c’è un percorso contraddistinto maniacale cura nella revisione contenutistica e linguistica oggi inimmaginabile. E a chi dubita della indubbia attualità di questo autore, rivolgo l’invito a rileggere, in tempi di pandemia, quel capolavoro che è la “Storia della colonna infame”. Poi, a dirla tutta, non può non starmi simpatico uno scrittore che ha messo al centro personaggetti umili, sprovveduti e un po’ imbranati, in cui io mi rivedo non poco.
Ma voglio concludere con una nota relativa all’intertestualità: dalle connessioni e mescolanze eravamo partiti, e mi garba chiudere il cerchio. E credo di farci anche bella figura, Uliano, a tirare fuori dalla manica un altro Gran Lombardo: il Carl’Emilio, il Gaddus, che molto deve all’Alessandro nostro e con lui molto condivide.
Eccole un piccolo esempio attraverso cui emerge la genesi, la parentela di un testo a partire da un altro. I romanzi dei grandi, alla fine, dialogano tra loro. Io e lei e tutti gli altri, Uliano, non possiamo che rimanere imbambolati a goderci il panorama, dandoci di gomito per la meraviglia.

Questo l’inizio del capitolo IV dei Promessi Sposi: “Il sole non era ancora tutto apparso all’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato”.

Eccole poi, Uliano, l’incipit del Capitolo VIII del “Pasticciaccio brutto de via Merulana”: “Il sole non aveva ancora la minima intenzione di apparire all’orizzonte che già il brigadiere Pestalozzi usciva (in motocicletta) dalla caserma degli erre erre ci ci di Marino per catapultarsi alla bottega-laboratorio dove non era minimamente aspettato, almeno in quanto brigadiere fungente”.

Una sovrapposizione meravigliosa, che vale più di mille discorsi.
Difatti non aggiungo altro e la saluto e la abbraccio.
Cacio

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