Soldo di Cacio: il tema dei valori da tramandare è universale

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

Share

Pubblicato ore 12:00

N. 56

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Buongiorno, come va, Cacini?

Ma lo sa che l’altra sera rileggevo “Il conte di Montecristo“, che se poi le librerie mi pullulano di libri di Volo, io li volo sì, ma dalla finestra, e mi dedico con grande piacere ai classici, e mi immaginavo lei nei panni di Alexandre Dumas padre e Pitore in quelli di Alexandre Dumas figlio. Pitore magari con un linguaggio più innovativo, da tradurre con il Garzanti italiano-pitoriano, ma sarebbe una bella idea.

Visto che in risposte precedenti ha sviscerato la sua passione per il calcio, che mi dice che oggi è stato nominato allenatore del Livorno tal Giuseppe Angelini? Sicuramente sarà bravo, il più bravo di tutti. Viene da Rimini, dalle parti di Igor Protti, quindi, vogliamo pensare che sia di buon auspicio? Alle volte a uscire dall’orticello, e mi sa di toccare un tema a lei caro, quello dell’orto, dico, a giudicare da varie sue risposte, non si sbaglia, ma a me piaceva di chiederle invece un giudizio spassionato sull’abitudine tutta livornese di vivere il mare sui Bagni. Non entro nel merito della Bokkestein, o come diavolo si chiama, ma questo stazionare sui bagni di generazione in generazione, tramandandosi i ricordi dei genitori e dei nonni dei bagnanti e dei genitori e dei nonni dei gestori, un pochino ci affratella, e ora questi cambi gestione paventati un po’ di timore me lo mettono.

Ma non le scrivo per chiederle dove fa l’abbonamento, tanto all’Ardenza ci son tutti, Fiumi, Lido e Pejani, che poi sarebbero le Onde del Tirreno ma a Livorno ci si affeziona ai cognomi, ma tanto per domandarle, andando dal particolare all’universale, qual è il valore del tramandare, per lei? Come si sostanzia? Lo ritiene un valore popolare o elitario, o magari entrambe le cose?
Grazie, Cacini, se ci vedremo sui bagni mi riconoscerà: son quello che fa un casino boia con gli zoccoli.
Un saluto.
Gustavo B. dalla Venezia

Gustavo,

innanzitutto mi lasci dire che adoro il verbo “volare” usato nella maniera transitiva. Non so se sia cosa esclusivamente livornese, ma mi garba a bestia.
Il ritardo sistematico con cui rispondo alle vostre lettere fa sì che il buon Giuseppe Angelini abbia già provveduto coi fatti, a colpi di 3 punti. D’altronde Rimini ha dato i natali non solo a Re Igor, ma anche a un altro campione, Federico Fellini. C’è da augurarsi che il finale di stagione sia il più dolce possibile e si eviti quello agro, tanto per fare delle citazioni.

La sua lettera, Gustavo, mi imporrebbe un’assunzione di responsabilità e una capacità di indagine che non sono nelle mie corde. Dice bene: il tema dei valori da tramandare è universale, dunque spropositato per le mie forze modeste. Bisognerebbe scomodare fior di intellettuali, fini analisti, oppure personaggi senza macchia e senza paura, capaci di gesta eroiche, detentori di una qualche verità, balzati fuori dal “Conte di Montecristo” appunto, o da un romanzo di Emilio Salgari. Io che sono Emilio sì, ma Cacini, umile personaggetto di provincia, cosa vuole, non ho la virtù di ragionare per astratto e in grande, in quanto piccoletto. Dispongo solo dell’occhio attento al dettaglio e, all’occorrenza nel bar, alle paste alla crema.

Sarà per questo che sono refrattario alla tuttologia da social, dalla quale tuttavia non c’è versi di sfuggire. Deve sapere che l’altra mattina giustappunto al bar, un mio amico ragionava degli scenari di guerra, sostenendo di conoscere “l’obiettivo vero delle forze in campo, che non ce lo raccontano mica”. In effetti io non lo conoscevo e me l’ha illustrato lui, l’obiettivo vero, con una spiegazione articolata che ho seguito senza fiatare.

Ma lungi da me svicolare, Gustavo: il tema dei valori che lei propone rientra e di molto nei miei orizzonti, perché mi ci confronto quotidianamente, avendo da provvedere a Pitore. Il fatto è che in proposito una parola, pur piccina, “che squadri da ogni lato” – sono in vena di citazioni, mi scusi – proprio non ce l’ho.

Con Pitore in particolare non c’è modo di imbastire discussioni e confronti perché le parole con lui sono impraticabili. E del Dizionario pitorese-italiano cui lei fa riferimento, ancora non c’è traccia. Ovviamente non ho rinunciato per questo a comunicare con lui elaborando forme alternative con cui non dico trasmettergli, ma almeno mostrargli il mio approccio alle cose del mondo.

Si tratta di gesti semplici, talvolta poco significativi: soffermare lo sguardo, condividere un silenzio, curare qualche dettaglio, salutare le persone, camminare. Ogni uomo una camminata, ogni camminata un approccio diverso al mondo. Io e Pitore facciamo lunghe camminate. È il modo che abbiamo di raccontarci. A me piace accompagnarlo, consapevole che, in ogni caso, i figli appartengono fondamentalmente a loro stessi e Pitore troverà una strada da percorrere per conto suo.

Per questo le confesso che mi piace tremendamente quando preferisce fare da sé. Ogni volta che ci imbattiamo nella ruota panoramica che ogni tanto compare alla terrazza Mascagni o in Venezia, lui sale da solo. Si stacca dalla mia mano e fila via sul seggiolino tutto contento. Io a quel punto sarei solo d’impaccio, e rimango volentieri a terra: a volte essere esclusi è una bella sensazione. La giostra si muove, solleva Pitore che se ne va nel suo mondo. Però, a un certo punto, da lassù, fruga con lo sguardo e mi intercetta. È un attimo quasi impercettibile, ma c’è. E io in quell’istante esatto devo essere lì, a ricambiare l’occhiata.

Un abbraccio,
Cacio

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*