Soldo di Cacio: “Un bacio e via…”, lettera aperta all’assessore Giovanna Cepparello

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

  • da Emilio Cacini

Meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Gentilissima assessora Giovanna,

non ci conosciamo. Almeno, mi auguro vivamente che lei non sia incappata nel racconto delle mie tragicomiche vicissitudini esistenziali, perché il periodo già è quello che è, e sarà meglio non metterci il carico.
Mi scuso fin d’ora se la importuno con questa lettera aperta, benché redatta nel modo che mi è più congeniale, cioè quello del basso profilo, nelle vesti di personaggetto che, ahimè, mi ritrovo a essere. Diciamo che metterò alla prova una virtù che i politici richiamano spesso nelle campagne elettorali, cioè quella dell’ascolto. Mi rivolgo a lei nelle sue funzioni di assessora alla mobilità, insomma a tutta quella roba lì che di sicuro è una bella rogna, e io preferisco di gran lunga tenermi tutte le mie ubbie esistenziali.

Arrivo al punto, ché l’ho presa un po’ troppo larga. Tanto sono a commendare l’installazione dei dossi che fanno bella e colorata mostra di sé sul lungomare, tanto ho da biasimare l’improvvido ricorso alla lingua inglese nella denominazione degli stalli destinati alla sosta veloce.

In tutta franchezza, assessora, e da viscerale amante non solo della lingua italiana, ma anche di quella vernacolare praticata nella città “dove ‘l dé suona”, mi permetto di dirle che l’espressione “Kiss & Go” – con la e commerciale a peggiorare ulteriormente la situazione – proprio non si può sentire. Io almeno non ce la faccio, e ogni volta che passo dal viale Italia un affetto mi preme, acerbo e sconsolato.

Lei, legittimamente, ribatterà che la dizione è in uso anche altrove, e che non c’è niente di male. A mio avviso la forma è sostanza, assessora, e poi lei lo sa: ci garba parecchio fare alla Livorno maniera.

Meglio sarebbe stato, che ne so, adottare il più intimo: “Un bacino e via” fermo restando che, almeno per quel che mi capita di osservare ai moletti e negli altri luoghi che accolgono effusioni di amorazzi adolescenziali, le garantisco che ci sono “ciuccioni” della durata di almeno, almeno mezzo pomeriggio. Altro che sosta fugace.

Inoltre, si potrebbe variare la denominazione degli stalli a seconda delle circostanze. “Un bacino ar bimbo” qualora l’area di sosta si trovi davanti a una scuola, oppure “Bacio alla ganza” in caso di luogo appartato. “Bacio di moglie”, invece, andrebbe bene per le soste che prevedono attività di magra soddisfazione, tipo il ponce tiepido, la torta ghiaccia o una partita a carte senza giocarsi nulla.

Insomma, lo avrà capito: si fa per ruzzare. Per quel che mi riguarda, si potrebbe anche adottare il francese, dacché si parla di baci. Ma insomma mi andava di darle qualche dritta per declinare la dicitura con qualcosa di affine alle nostre latitudini: la west coast della Toscana – provo ad adeguarmi, eh.

Già che ci sono, le segnalo un altro paio di cosucce.
La prima riguarda una dicitura che per me rappresenta un autentico rompicapo lessicale. Varco attivo / Varco non attivo.

Io ci ho ragionato parecchio, e sarei giunto alla conclusione che se il varco è attivo significa che il passaggio (varco) è operativo, dunque si può procedere, si va tranquilli, perché si può, appunto, “varcare”. Così come se il varco non è attivo, io la intendo come un perentorio invito a fermarsi e tornare indietro, perché il passaggio è impedito: non si passa.

Ecco, per fortuna che io gironzolo sempre a piedi, perché i miei amici mi dicono che è esattamente il contrario. Con il varco attivo, ad essere attive sono in realtà le telecamere, e poi ti arriva la multa.
Insomma, io credo che si dovrebbe fare un po’ di chiarezza, con espressioni estrapolate non dal burocratichese ma dal linguaggio quotidiano: “Vai pure”, “Aspetta un attimo”, “Ma ca fai?”, e così via. Lo dico soprattutto per chi viene da fuori, costretto a ragionare davanti a quelle diciture una mezza giornata, per poi non venirne a capo.

Arrivo alla seconda cosuccia e poi mi cheto. Visto che si fa un gran parlare di vie da intitolare a personaggi di rilievo, ricordo che anni fa dei miei amici si attivarono per intitolare una via al Borzacchini. Io credo che se la meriterebbe alla grande (occorre dirlo?) e per di più non sarebbe una proposta “divisiva”, come usa dire nel linguaggio contemporaneo.

All’epoca la faccenda fu liquidata in quanto prematura, ma chi lo sa che non vi vada di ripensarci. Io, da umile seguace del Borz, mi limito a darvi di gomito su questa cosa. Poi vedrete voi.
Il mio spirito libertario mi suggerisce di scusarmi a prescindere, non essendo per niente aduso a codeste interlocuzioni (tanto per parlar contemporaneo ancora una volta).
Io la saluto cordialmente,
Cacio

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