Un Soldo di Cacio: Livorno, la sua luce, le piazze e il Pentagono del Buontalenti

A scrivere è il personaggio del romanzo di Michele Cecchini

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Pubblicato ore 12:00

Emilio Cacini, meglio conosciuto come Soldo di Cacio, è il protagonista del romanzo di Michele Cecchini “Il cielo per ultimo”, uscito nel 2019 per Bollati Boringhieri. In questa rubrica, il Cacini risponde alle domande dei suoi e dei nostri lettori.

Caro signor Cacini,

viviamo tempi molto duri, di grande aleatorietà, ed è grande la tentazione di rifugiarsi nel nostro bozzolo, e magari nel passato, e però resistere bisogna. Non si preoccupi, non partirò con un panegirico di Wanda Osiris , da Montanelli definita l’ultima regina d’Europa, o di Beniamino Gigli, però fra amanti di classici spiace un po’ che laddove a Firenze viene prorogata e con giusta ragione la mostra immersiva di Felice Limosani nella Cappella Pazzi dedicata al Sommo, a Livorno ci si debba accontentare di una piazzetta spelacchiata in zona Stazione.

Io, forse da urbanista in disarmo quale sono, m’incanto spesso a girovagare per la nostra città e a considerarne i meandri più bistrattati, quali ad esempio la piccolissima rotatoria di Ardenza, odiata da molti e che a me invece pare un gingillino da valorizzare, luogo di ritrovo intimo se solo fosse meno trafficato, laddove Piazza della Repubblica, di cui pure apprezzo la variegata umanità, mi sembra il circuito di Minneapolis, tale è la velocità, quasi futurista, con cui viene percorsa.

Arrivo al conquibus: secondo lei quanto è stretto il legame tra il disegno della città, le scelte urbanistiche messe in atto e il ‘vivere’ la città stessa? Inclusione, sconfitta del bullismo, attenzione all’ambiente: tutti bei temi ma difficile affrontarli da un casermone in un quartiere senza punti di aggregazione, le pare? Che dirle, Cacini, sono certissimo che da queste mie righette inutili lei saprà far scaturire una riflessione da par suo.
Con immutata stima.
Tommaso, Magenta.

Grazie di cuore Tommaso per questo bellissimo contributo. Mi dà modo di girovagare seduta stante per luoghi e angoli che, per motivi talora futili, acquisiscono un significato particolare per me, figlio adottivo di questa città. Del resto chi non lo è, a Livorno?

L’elemento che a mio avviso meglio racconta la città non ha propriamente a che fare con l’urbanistica, ma su questa si riflette. Mi riferisco alla luce, una faccenda tutta livornese. Tempo fa, sempre su questa rubrichetta, caldeggiavo l’apertura di un Museo della Luce.

Il mare a Livorno è ovunque. Non si può non percepirne la presenza. Nemmeno occorre vederlo, e la luce in questo gioca la sua parte, inondando tutto e tutti di quell’arancio caldo che se non lo hai provato, l’hai bell’e che inteso, per parafrasare il Sommo. E poi le folate di questi giorni, ghiacce marmate e gonfie dell’amarognolo del salmastro. Un vento che ti sconquassa l’anima e che è un invito a toglierti i grilli per il capo. Allora uno abbassa lo sguardo, come per evitare gli schiaffoni delle onde del mare quando è incazzato e le cacche a tradimento per strada.

Nelle piazze di Livorno ci si può stare in babbucce, tanto ci si sente a casa. Piazza Cavallotti straripa di voci, di energia, di quella elettricità che attraversa Livorno e se la cogli ti ci innamori per sempre. Piazza della Repubblica è meno sfacciata. È un gigante silenzioso che non si dichiara ponte. Dai tombini giunge ovattata la sua voce, che è il gorgoglio delle acque, gli sbuffi dei vogatori, lo sciabordio dei gozzi. Piazza della Repubblica trattiene l’acqua tutta per sé, per poi lasciarla andare lungo i fossi che sono un anticipo di mare.

Con Pitore, quando abbiamo voglia di regalarci un po’ di silenzio – una delle cose più belle che si possano condividere con un’altra persona – ce ne andiamo alla scalinata di Antignano. È terapeutico, mi creda, Tommaso. I rovelli, le scottature, le angosce pigliano il largo lì davanti. Lo dice il nome stesso, Antignano: ante ignem, davanti al fuoco. Per non parlare di Ardenza.

Mi rendo conto – e me ne scuso, Tommaso – di averla sottoposta a una sterile rassegna che è un po’ una sbrodolata mielosa di circostanze care probabilmente solo a me. Ma ormai ci sono e vado fino in fondo con il Pentagono del Buontalenti. Il pentagono è il poligono simbolo dell’amore. Sandro Bonvissuto, nel suo bellissimo romanzo “La gioia fa parecchio rumore”, celebra la bellezza del numero 5 anche per il fatto di essere un numero completo. “Il suo segno grafico”, spiega uno dei personaggi, Barabba, “risulta per metà quadrato e metà tondo. Per questo è perfetto”. Per l’autore, romano e romanista, il numero 5 evoca in automatico il numero di maglia del Divino, Paulo Roberto Falcao. Mi sovviene proprio ora che anche il Livorno Calcio ha avuto tempo fa il suo brasiliano dal numero 5, identificato come il puma.

Stando ad alcune teorie non so quanto attendibili, anche il termine ponce potrebbe derivare non dall’inglese “Punch” ma da “Penta”. Del resto, cinque sono gli ingredienti che lo compongono. In effetti, un ponce a vela stilizzato ha la forma di un pentagono.

Così, tanto per andare fuori tema, Tommaso, le confido che l’altro pomeriggio mi è capitato di bere un ponce dal Civili con un personaggio piuttosto importante, che si è ritrovato di colpo in un recente romanzo di Fabio Stassi. Si chiama Geppetto. È un tipo svalvolato e a Livorno ce lo vedrei proprio bene, anche se al momento risiede ai margini di un paesino sull’Appennino.
Tale è il suo desiderio di paternità da convincersi che un pezzo di legno possa ragionare come noialtri. Gliel’hanno detto i compaesani per prenderlo in giro ma lui nulla, cocciuto com’è ha tirato dritto e da quel pezzo di legno ha ricavato un burattino che lo fa parecchio tribolare, quasi quanto a me Pitore. Del resto, s’era partiti parlando di figli, di figli adottivi e di figli che ti impongono di andare e di amare. Come si fa a non volergli un bene dell’anima. A Geppetto e ai figlioli.
Un abbraccio grande Tommaso, e alla prossima.
Cacio

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