Livorno nel cinema: “Le notti bianche”, l’atmosfera cupa e surreale del film di Visconti

Con Marcello Mastroianni

Uno scorcio di Livorno ricostruita a Cinecittà
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Pubblicato ore 14:00

Secondo appuntamento con la nuova serie di recensioni che raccontano il rapporto tra Livorno e il cinema attraverso alcuni film girati nella nostra città o con ambientazioni ricostruite della nostra città, come in questo caso. Questa volta la pellicola è “Le notti bianche” di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni.

  • di Marco Ferrucci

Mario (Marcello Mastroianni) impiegato fuorisede dalla vita monotona, tornando una sera a casa incontra una donna (Maria Schell), lei sta piangendo e lui le si avvicina. Si rivedranno nelle notti successive, quando lei gli racconterà la sua storia d’amore con un uomo di cui attende ogni notte il ritorno. Mario è combattuto tra la gelosia e il desiderio di aiutarla, tra loro sembra anche poter nascere un amore. L’ultima notte inizia a nevicare, poi la neve scende e con essa una disperazione fredda sulle illusioni di Mario. Tratto da un romanzo breve di Fëdor Dostoevskij, “Le notti bianche ” di Visconti recupera la struttura del romanzo a cui si ispira che scandisce in quattro notti il racconto del protagonista.

Una scena del film

Luchino Visconti, autore della sceneggiatura insieme a Suso Cecchi D’Amico, gira un film sul tema dell’“amore” ma in cui tutto è vago, immaginato, sognato. Un film che si ricorda soprattutto per la sua eleganza e la sua ambientazione vaga ed ipnotica.

È dunque dentro questa particolare atmosfera, in cui il sogno si ripete e moltiplica, che la trama a mano a mano si dipana e sembra materializzarsi assieme alle musiche di Nino Rota quasi a dare l’idea di un sogno ricorrente. Il film infatti altro non è che una serie di brevi passeggiate, inseguimenti, tentativi di fuga e sogni sempre frustrati.

Se è vero che l’opera ricalca nella sostanza la trama del romanzo dell’autore russo, due sono però le grandi differenze che da questo lo distinguono. La prima riguarda i contenuti, Visconti limita la componente emozionale e la trama del romanzo, essendo maggiormente interessato all’atmosfera quasi astratta e irreale che permea la scena e che fa da vera protagonista dell’intera vicenda. La seconda riguarda proprio l’ambientazione che fa da sfondo e da vera protagonista del film e che il regista sposta da San Pietroburgo a Livorno.

Una Livorno (ricostruita completamente a Cinecittà) città di nebbia e acqua, eterea e surreale, dove i personaggi sembrano burattini le cui vicende si rincorrono e ripetono rette da un destino già scritto che ha la sostanza del sogno. Visconti relega infatti i suoi interpreti entro una rete intricata di canali e ponti che in realtà è come una silenziosa e segreta prigione, dove le vite dei protagonisti si alternano e sfumano dal sogno all’irrealtà.

Gran parte del fascino visivo del film è dovuto proprio a questa Livorno irreale e notturna merito delle scenografie di Mario Chiari e Mario Garbuglia e delle riprese in bianco e nero di Giuseppe Rotunno, uno tra i più grandi direttori della fotografia di sempre. Una città che le critiche del film allora definirono cupa, angosciante, livida e sinistra, ma dove piuttosto strade, piazze vicoli si compenetrano indistintamente e dove le figure sembrano perdere le loro fisionomie per diventare forme, volumi, semplici macchie di colore.

Un’atmosfera, quella ricostruita a Cinecittà, che recupera scene di vita quotidiana o angoli della città perduti con la guerra, una Livorno che ricorda certi notturni di Natali, dai contorni tanto lontani e remoti da sembrare irreali.

Una città sfuggente, indistinta e vaga, che è immaginazione, memoria o ricordo, come in un sogno appunto.

Il trailer del film

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