Ciak Vintage. “Morte a Venezia”, Visconti e l’omosessualità

Il miglior capolavoro del regista milanese

morte a venezia
Un'immagine tratta dal film
  • di Gianluca Donati

Nel 1910 Gustav von Aschenbach, un musicista cinquantenne malato di cuore e spiritualmente inquieto, giunge da Monaco a Venezia per un periodo di riposo. Nell’albergo nel quale alloggia, l’artista s’imbatte in un giovinetto polacco dai lineamenti efebici di nome Tadzio, che ai suoi occhi sembra personificare quell’ideale di bellezza eterea che ha cercato faticosamente di esprimere attraverso la sua arte.

Egli inizierà a seguirlo e ammirarlo da lontano, provando per lui un’attrazione fisica e sentimentale che vorrebbe reprimere, ma le attenzioni di Aschenbach sono ricambiate da Tadzio che sorride dolcemente all’uomo.

morte a venezia Mentre un’epidemia di colera invade la città lagunare, von Aschenbach finisce per incontrare per l’ultima volta Tadzio sulla spiaggia del Lido e mentre è assorto nella contemplazione del giovane, il maturo artista, stroncato dal suo male, muore.

Morte a Venezia (1971) è secondo opinione personale, il migliore capolavoro di Luchino Visconti e lo considero tra i dieci film più belli di sempre. Il film è tratto dal romanzo decadentista, Der Tod in Venedig, pubblicato nel 1912, opera di uno dei più grandi scrittori del Novecento, Thomas Mann.

Le modifiche

Rispetto al romanzo, Visconti opera delle modifiche: in primo luogo, nel testo Aschenbach era uno scrittore, mentre nella pellicola diventa un compositore. Poi in Mann il tema dell’omosessualità è appena accennato, mentre nel film è preponderante. Infine Visconti opera un rovesciamento ideologico; l’opera di Mann, è considerata una delle vette della cultura conservatrice, e a trasportarlo in pellicola è un regista d’idee marxiste.

Il messaggio

Ma il messaggio di fondo resta lo stesso: il declino dell’Europa (che di lì a poco affronterà la tragedia della Grande Guerra), la crisi dei valori ideali-spirituali della borghesia e dell’aristocrazia, il tramonto di una civiltà (quella tradizionale) e la speranza (o l’illusione) di poterla “rivivere” nella civiltà moderna.

Aschenbach è il simbolo del vecchio idealismo e lo si evince dagli scambi d’opinioni tra lui e l’amico collega Alfred, dove il primo sostiene che si può giungere alla bellezza della creazione artistica solo attraverso una sublimazione completa dei sensi, mentre Alfred afferma che il genio artistico si esprime proprio attraverso un inveramento dei sensi.

Le disquisizioni artistiche – filosofiche dei due musicisti diventano così una rappresentazione metaforica di due opposte concezioni della vita e della civiltà, tra i vecchi e decadenti ideali platonici e cristiani dell’Europa tradizionale e l’avvento della nuova Era moderna basata sulla sensorialità e materialità. E così le loro considerazioni etiche ed estetiche sul concetto di “bellezza” nell’arte, si estendono ai sentimenti e alla sessualità, e Tadzio ne è l’icona.

L’attrazione

Aschenbach, eterosessuale con una famiglia decimata da malattie, si scopre nella maturità, inspiegabilmente attratto sessualmente e sentimentalmente da questo efebo bellissimo, e vede d’improvviso andare in crisi le sue convinzioni etiche ed estetiche.

Da notare che il giovine Tadzio, ha vaghe somiglianze con la defunta moglie di Aschenbach, e anche con una prostituta che il maturo musicista aveva iniziato a frequentare dopo la morte della moglie.

Tadzio viene percepito come il prosecuzione dei suoi ideali dal vecchio al nuovo mondo. Esemplificativi in tal senso due momenti straordinari del film, quando l’aristocratico von Aschenbach si lascia truccare il viso, per apparire più giovane (l’aristocrazia che cerca di nascondere la sua vecchiezza), finendo però per assomigliare a una grottesca maschera da clown.

morte a venezia
Visconti parla con Andresen

L’altra sequenza memorabile, è il finale, dove Aschenbach ammira da lontano il suo adorato Tadzio: una siluetta in controluce che indica da lontano il sole che sorge; Aschenbach vorrebbe alzarsi dalla sua sedia a sdraio per raggiungerlo, ma gli mancano le forze e il trucco del viso si scioglie al sole.

L’alba è la metafora di una nuova società sorgiva, Tadzio è il ponte tra i due mondi, e Aschenbach vorrebbe, ma non può abbandonare il vecchio mondo.

Il perfezionismo

Il film ricevette numerosi importanti premi. Per avere un’idea del perfezionismo di Visconti: una scena di pochi secondi dove Tadzio e la sua famiglia attraversano un ponte, ha richiesto un’intera giornata di riprese per ottenere l’ideale che il regista aveva in mente.

La recitazione di Dirk Bogarde è memorabile, e da brivido la stupenda, struggente colonna sonora che vanta un repertorio di musica classica (prevalentemente il IV movimento della Quinta Sinfonia di Gustav Mahler).

Per trovare l’attore che interpretasse Tadzio, Visconti girò, prima del film, un documentario prodotto dalla Rai dal titolo Alla ricerca di Tadzio (1970), dove dopo numerosi provini, Visconti scelse il bellissimo Björn Andrésen. Visconti inizialmente aveva delle riserve, poiché trovava il sedicenne, troppo alto per la parte, ma poi si convinse perché aveva una bellezza “mortuaria” che ricordava molto un “angelo della morte”.

Nonostante le sembianze effeminate del giovane attore potessero far pensare che fosse veramente omosessuale, Andrésen era eterosessuale. Si racconta che dopo il film, Visconti (omosessuale), portò con sé il giovane in un locale gay, e tutti lo corteggiarono pensando fosse anch’egli gay, rimanendo stupiti nel costatare che invece non lo era.

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*