Il coraggio e la forza delle donne nei libri di Elisabetta Rasy

Ultima degli ospiti di Incontri al Castello a Castiglioncello

Elisabetta Rasy
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Pubblicato ore 17:05

  • di Sandra Mazzinghi

CASTIGLIONCELLO – Purtroppo è l’ultimo degli Incontri al Castello (Pasquini), curati dalla straordinaria Gloria De Antoni, in una calda, ma per fortuna – quest’anno abbastanza ventosa – estate a Castiglioncello.

È qui davanti a una platea, soprattutto femminile, Elisabetta Rasy, viene da Roma, ha un modo di parlare calmo e una voce delicata ma sicura. (Spero che le cicale che folleggiano con il loro frinire qua in pineta non sovrastino la voce della scrittrice sul mio registratorino).

Elisabetta Rasy presenta i libri “Le disobbedienti” e “Le indiscrete”, usciti per Mondadori,  racconta in questi due libri le vicende di undici donne.

Ha ricostruito una storia a tutto tondo di undici donne: nel primo la Rasy ha ripercorso le storie di sei donne che sono accomunate da un lato da uno straordinario senso artistico e dall’altro dal coraggio e dalla forza di ribellarsi alle regole della società: sono Artemisia Gentileschi, Élisabeth Vigée Le Brun, Berthe Morisot, Suzanne Valadon, Charlotte Salomon Frida Khalo.

E il secondo libro sulla scia delle disobbedienti è dedicato ad alcune delle fotografe più iconiche del XX secolo: Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman.

Le chiedo subito come mai questi titoli, che potrebbero essere travisati e interpretati con un’accezione negativa

Li ho scelti di proposito perché molte volte le donne sono state censurate o marginalizzate proprio attribuendo delle qualità negative: la disobbedienza se non si adattavano ai canoni della società oppure l’indiscrezione se mostravano curiosità per qualcosa intorno a loro. Io ho voluto invece ribaltare questi difetti in qualità.

Mi dica del primo libro, “Le disobbedienti”

È la storia di sei pittrici attraverso i secoli, da Artemisia a Frida Kahlo, dal Seicento al Novecento, che ribellandosi e disobbedendo hanno inseguito faticosamente la loro vocazione e sono riuscite a diventare pittrici. Diventare pittrici era una cosa difficilissima perché nelle Accademie non erano ammesse. Artemisia è stata la prima donna ad entrare nell’Accademia del disegno a Firenze nel Seicento, Berthe Morisot non ha potuto frequentarla, invece e Suzanne Valadon ha imparato da autodidatta, ha imparato a dipingere guardando i pittori che la ritraevano.

E il secondo libro, “Le indiscrete”?

Anche alcune di loro sono modelle, Tina Modotti, Lee Miller, hanno usato lo strumento della macchina fotografica come le pittrici usavano il pennello, spinte da un’energia interiore, e sono diventate fotografe.

Elisabetta, quindi da queste storie viene fuori un grande esempio per le generazioni attuali 

Certo, viene fuori per esempio che intanto non si deve mai dare niente per scontato. Poi una cosa importante: si deve avere memoria delle donne che hanno lottato perché se noi oggi abbiamo dei diritti, questi non ci sono stati dati così, per gentilezza, ma ci sono stati dati perché delle donne prima di noi si sono battute e hanno anche molto patito. Le donne che io racconto non hanno avuto delle vite lineari in cui tutto è andato bene o una carriera semplice. Le donne dei miei due libri hanno combattuto, hanno perso, hanno fallito, sono delle grandi combattenti. È questo l’esempio per le generazioni di oggi.

Come si è documentata per scrivere questi due libri? Quale metodo ha usato?

Da un lato ho usato il metodo classico, quindi prima le biografie, le storie personali e poi il loro contesto storico, sociale e culturale. Poi ho usato il metodo meno classico: ho cercato dei documenti trasversali per capire i loro sogni, i loro desideri, le illusioni, le speranze… addirittura i loro sogni notturni. Ecco che ho cercato delle testimonianze a latere: molti epistolari, a volte i diari, a volte nelle testimonianze di persone che le avevano conosciute.

Rasy, la scrittura può essere utile per razionalizzare e superare i momenti peggiori e i dolori dell’esistenza?

No, la scrittura non risolve, la letteratura non salva le persone. Non a caso ci sono tante persone che non ce l’hanno fatta, però certamente la scrittura è uno strumento per capire e quindi forse per dare anche un senso a ciò che ci fa soffrire e a non arrendersi passivamente.

Da lettrice, quali sono gli autori che l’hanno formata?

Sono stata una lettrice molto precoce. Da “Piccole donne” di Louisa May Alcott ad Agatha Christie, ho molto amato Proust, e poi Marguerite Yourcenar e Marguerite Duras e poi Anna Maria Ortese, per citarne alcune. Però devo dire che il mio carnet di formazione è stato molto misto, diffido di quegli autori che hanno un solo mito, perché la letteratura è davvero un castello di destini incrociati. E per scrivere bisogna leggere tanto. E tutto.

Lei è anche giornalista. Che differenza c’è tra la stesura di un articolo e di una storia di un libro?

Quando si scrive un articolo, grosso modo si sa cosa si deve dire, quando si scrive un libro si scopre man mano, si procede verso l’ignoto.

Elisabetta Rasy mi ha fatto due dediche bellissime sui suoi due libri. Anche questo è un regalo, oltre ad avermi donato un po’ del suo tempo per questa chiacchierata.

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