Campo de’ Fiori, luogo unico tra fascino, storia e laicità

Al centro si erge possente la statua di Giordano Bruno

La statua di Giordano Bruno a Campo de' Fiori
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Pubblicato ore 12:00

  • di Patrizia Caporali

ROMA – Fascino, storia e laicità, perché Campo de’ Fiori è tutto questo, essendo l’unica piazza storica di Roma dove non è presente nemmeno una chiesa.

Un luogo davvero unico con una doppia anima: al mattino è un caleidoscopio di colori, fragranze e voci del mercato popolare che già esisteva nel Quattrocento, quando qui giungevano le vignarole, le contadine dalle campagne circostanti con le ceste piene di frutta e verdura, alla sera si trasforma in un luogo vivace e affollato dai numerosi frequentatori di locali, pub e ristoranti.

La tradizione popolare racconta che il nome di questa piazza fa riferimento a Flora, una donna molto amata dal grande generale romano Pompeo, ma molto più probabilmente si chiama così perché fino alla fine del ‘300 al suo posto vi era un grande prato fiorito.

Le cose cominciano a cambiare quando nel 1456 Papa Callisto III vuol risanare la zona facendo pavimentare la piazza e costruendo molti palazzi signorili, dove tuttora sono visibili le edicole a muro risalenti al periodo tra il ‘600 e l’800, le madonnelle, dedicate alla Madonna o alla Sacra Famiglia.

Campo de’ Fiori diventa un luogo di passaggio obbligato per le personalità di spicco dell’epoca, come ambasciatori e cardinali e così nascono alberghi, locande e botteghe di artigiani che la rendono uno dei cuori pulsanti della città e un vivace centro culturale e commerciale.

Una delle personalità più famose legate alla storia di Campo de’ Fiori rimane la nobildonna mantovana Giovanna de Candia dei Cattanei, detta Vannozza, amante di papa Alessandro VI Borgia. Da lui ha tre figli, ricordati per la loro cattiva reputazione: Cesare Borgia, che ispira il Principe di Macchiavelli, Lucrezia, accusata di intrighi sanguinosi, e Giovanni, morto in circostanze misteriose, forse ucciso dallo stesso fratello. Vannozza è la proprietaria della Taverna della Vacca, aperta nel 1513 dopo la morte del suo amante, una delle locande più famose dell’epoca anche perché, si dice, fosse frequentata da prostitute. La taverna oggi non esiste più, ma in un edificio medioevale qui vicino rimane lo stemma gentilizio di Vannozza affisso sul muro.

Ma al di là dell’aspetto di allegra vitalità, l’ombra severa della statua del filosofo Giordano Bruno, accusato di eresia e bruciato qui nel 1600, ci ricorda che la piazza aveva anche il suo lato buio, qui si tenevano le esecuzioni capitali: condanne al rogo e punizioni con tratti di corda, “il tormento della corda”, per torturare i colpevoli con la sospensione delle braccia fino all’inevitabile dislocazione delle scapole.

La statua, eretta nel 1889, sembra quasi un elogio a Giordano Bruno, simbolo di una cultura anticlericale, in una città che nel passato è stata spessa soggiogata dal potere del clero ma, prima di allora, proprio qui si trovava una fontana, dalla forma di una tazza ovale in marmo bianco, spesso usata come pattumiera, perché con grande indifferenza vi si lavavano le verdure o si gettavano rifiuti e avanzi del mercato. Nonostante gli editti, le proibizioni e le sanzioni, lo scempio ebbe fine solo ponendo un coperchio a cupola, che fece assumere all’intera fontana l’aspetto di una gigantesca zuppiera, tanto da essere ricordata come la Terrina.

Nel 1924, la Terrina viene spostata in piazza della Chiesa Nuova e, nell’estremità meridionale della piazza, viene realizzata una nuova fontana che riproduce in parte la forma della precedente, senza il coperchio e composta da un’ampia vasca ovale di granito rosato, ornata da maniglioni alternati a formelle decorate.

Con il passare dei secoli Piazza de’ Fiori è sempre rimasta un luogo pieno di vita e di fermento: folklore, mondanità, intrattenimento serale continuano ad attrarre romani e turisti a ogni ora del giorno e della notte.

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