Ciak Vintage. “Un chien andalou”, capolavoro surrealista

Per molti critici si tratta di un’opera antiborghese e anticlericale

Un-Chien-Andalou
Una delle scene più celebri del cortometraggio
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  • di Gianluca Donati:

Raccontare “Un chien andalou“, non è cosa semplice, perché il film non ha una vera trama, non è “a soggetto”, ma piuttosto un’opera astratta che si esprime attraverso il linguaggio dei sogni e che richiede una capacità interpretativa per decodificarne il suo significato.

Il film è l’opera prima di uno dei più grandi cineasti della storia, Luis Buñuel; un cortometraggio di 21 minuti del 1929 (muto), scritto, prodotto e in parte interpretato dallo stesso Buñuel in stretta collaborazione con l’artista, Salvator Dalì, e diretto dal solo Buñuel, ed è probabilmente l’opera più significativa dell’avanguardia cinematografica surrealista.

Per riuscire a decifrare il significato di “Un chien andalou”, è richiesta una conoscenza almeno superficiale della psicanalisi, perché, come tutta l’arte surrealista, affonda le sue radici nelle teorie di Freud e in modo particolare, nell’“L’interpretazione dei sogni”, pubblicato nel 1899.

Il film, inizialmente muto, nel 1960 fu arricchito da una colonna sonora scelta dallo stesso Buñuel: il Liebestod dal Tristano e Isotta di Richard Wagner e due tango argentini. Ed è proprio sulle note di un tango argentino che si apre il film sui titoli di testa, seguiti da una delle scene più belle, famose e terrificanti della storia del cinema mondiale in cui il regista stesso interpreta un cameo, è affacciato a un balcone, di notte, e mentre affila un rasoio, osserva la luna, una sottile nuvola che sembra una lama, attraversa la luna e immediatamente il montaggio stacca l’inquadratura su una donna seduta, alla quale Buñuel tiene ben aperto l’occhio sinistro; egli passa il rasoio sull’occhio e lo taglia in due (in realtà l’occhio di un vitello morto). Molti leggono in questa scena un’interpretazione “metacinematografica”, il regista surrealista che squarcia l’occhio dello spettatore per obbligarlo a vedere cose, per l’epoca, “sconvenienti”. Questa interpretazione, pur corretta, tende a trascurare il significato propriamente psicanalitico di quei tempi, che era molto legato alle teorie “freudiane”, prevalentemente “sessuali”.

Sia la luna che l’occhio – secondo la psicoanalisi freudiana – sono simboli femminili, che richiamano direttamente all’organo sessuale della donna. Il rasoio è viceversa un simbolo fallico. Potremmo interpretare la scena come la rappresentazione di una deflorazione. La sessualità è mostrata come “violenza”. Il resto del film conferma questa interpretazione. Ad esempio la cravatta che viene estratta dalla misteriosa scatola a righe legata al collo dall’uomo che va in bicicletta: la cravatta è un simbolo “borghese” e “fallico”; oppure la mano (simbolo fallico) che l’uomo si osserva, e al centro della quale vi si trova un foro dal quale escono delle formiche, e con una serie di dissolvenze incrociate, al dettaglio della mano, seguono altri dettagli che sono evidenti allusioni sessuali: un’ascella della donna con la sua peluria, e poi ancora, dissolvenza incrociata su un riccio di mare.

Maschile e femminile si alternano e spesso si confondono, come nel personaggio dell’androgino, con tratti femminili ma abbigliato in modo maschile. In alcune parti il film diventa esplicito, come la scena in cui, l’uomo, colto da un improvviso raptus sessuale, tocca con insistenza i seni della donna, immaginandoli nudi e che misteriosamente si tramutano in natiche, ed egli sbava libidinoso (una sequenza incredibilmente audace per il ’29).

Una delle scene più belle, resta però quella nella quale la donna si nega all’uomo e si rifugia in un angolo della stanza, e l’uomo cerca di raggiungerla, ma si trova a dover trascinarsi con delle corde, le due tavole dei Dieci Comandamenti, due pianoforti con delle carcasse putrefatte d’asino e dei preti legati e trascinati (simboli dei freni alla sessualità posti dalla Chiesa e dalla società).

In un’altra scena, la donna sgrida l’uomo, al quale è scomparsa la bocca e al suo posto ha i peli d’ascella, che lei non ha più; l’ascella femminile – già di per sé sensuale – ha anche il doppio significato dell’organo sessuale femminile. Nel finale si vedono i due che passeggiano abbracciati e felici, ma è solo un conforto illusorio, infatti, nell’ultima scena i due sono sepolti nella sabbia, vicini ma immobili e nell’impossibilità di toccarsi e comunicare.

All’epoca il film scatenò un enorme scandalo, sia per le scene esplicite che per quelle allusive. Il tema del film, d’altro canto, è chiaro: un uomo e una donna attratti reciprocamente da un’intensa pulsione erotica violenta, ma la loro relazione viene ostacolata da situazioni e figure simboliche che rappresentano le convenzioni sociali. Per esempio: la donna è attratta dall’uomo, ma quando questo le si avvicina, ella lo respinge con ripugnanza (retaggi di un’educazione patriarcale, maschilista, cattolica e repressiva della libera sessualità, soprattutto femminile). Non a caso i critici hanno interpretato “Un chien andalou”, come un’opera violentemente antiborghese e anticlericale (Buñuel oltre che freudiano era marxista). Gli stessi temi saranno trattati nel film successivo di Buñuel: “L’âge d’or” del 1930, anch’esso straordinario. “Un chien andalou” (che tradotto dal francese significa “un cane andaluso”), è capolavoro di rara bellezza che mantiene tuttora intatta la sua forte carica eversiva. Da vedere e rivedere.

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