A Venezia la tradizione quasi scomparsa delle impiraresse

Le infilatrici di perle che dedicavano tante ore a un lavoro faticoso

Foto di TheAnnAnn da Pixabay
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Pubblicato ore 14:00

  • di Patrizia Caporali

Venezia si risveglia dal lungo sonno causato dalla pandemia, ripartono i traghetti, le gondole scivolano silenziosamente sulle acque, calli e campielli risuonano di passi e di voci, tornano i turisti. Venezia oggi ricomincia a splendere come le sue secolari perle di vetro la cui arte è recentemente entrata a far parte del Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO.

Un riconoscimento importante e tangibile che accende la speranza di una futura ripresa, un omaggio a un’antica occupazione, esclusivamente femminile, che riporta a una tradizione passata, praticata a Venezia dal XIII secolo fino alla prima metà del Novecento, quando le impiraresse, le infilatrici di perle, dedicavano tante ore della loro giornata a un lavoro faticoso e di grande pazienza.

Un mestiere diffuso, nato dalle fabbriche di perle di Murano che davano da impirar, infilare, le perle a domicilio per poi fare vestiti sfarzosi, collane, orecchini, borse, cinture, un’espressione artigianale che nel tempo ha raggiunto risultati sorprendenti proprio per la straordinaria capacità di trasformare oggetti di uso comune in vere e proprie opere d’arte.

Così, come in un quadro d’epoca, nelle stagioni più miti, era facile vedere tante donne sedute in gruppo davanti alla porta di casa, tutte con il cocon, il tipico chignon, intente a scegliere perline dalle loro ceste, mentre tra chiacchiere, risate e battute pungenti dirette ai passanti, riempivano allegramente il silenzio di alcuni sestrieri della città lagunare.

Donne di grandi abilità e semplici strumenti di lavoro: un vassoio in legno con il fondo leggermente curvo per contenere le perle di vetro, una palmetta, cioè 40/80 aghi lunghi 18 cm tenuti in mano come un ventaglio, e i fili lunghi circa 2 metri, generalmente di lino o cotone.

Ma non solo impiraresse, accanto a loro, infatti, erano presenti altre donne, le Mistre, le maestre, piccole imprenditrici che facevano da tramite tra le fabbriche e le lavoranti, andando a prendere le perle per distribuirle, registrarne il peso e ritirare poi i mazzi infilati, pronti per la distribuzione commerciale. Il loro ultimo compito era quello di pagare direttamente le operaie, ricavando spesso un guadagno ben superiore a quello destinato alle impiraresse.

Sembra che all’inizio del Novecento, a Venezia, ci fossero ancora ben 5.000 impiraresse perché, anche se era anche uno dei lavori a domicilio meno pagati, consentiva alle donne di svolgere le tradizionali attività domestiche, senza stravolgere ritmi e legami familiari; il classico lavoro fatto per contribuire all’economia familiare senza spostarsi da casa.

Un mestiere quasi scomparso, un’arte nobile che sopravvive grazie alle mani di poche donne delle isole veneziane che continuano a lavorare per una clientela più raffinata amante della qualità, della ricerca di materiali per la personalizzazione di un gioiello capace di interpretare il passato nell’espressione della contemporaneità.

Perle antiche o nuove, grandi o piccole, opache o trasparenti, colorate o monocrome, perle di una bellezza eterna e di un fascino che aumenta con il trascorrere del tempo, perle che esprimono tutta la magia di una città unica al mondo.

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