Il “teatro povero” di Jerzy Grotowski

Si liberò di tutto ciò che egli considerava “superfluo”

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Jerzy Marian Grotowski
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  • di Gianluca Donati:

Jerzy Marian Grotowski è stato una delle figure di maggior rilievo del teatro d’avanguardia del Novecento, e possiamo dire che tutto il teatro contemporaneo è a lui fortemente debitore. Non fu soltanto regista, ma anche un “teorico”: l’idea di teatro di Grotowski, era basata sulla convinzione che – dall’avvento del cinema – il teatro fosse destinato a mutare radicalmente; era consapevole che il cinema offrisse un’esperienza audiovisiva diversa, uno spettacolo travolgente con il quale il teatro non poteva competere. Grotowski si convinse così che era necessario un teatro basato non tanto sull’immagine, ma sul confronto tra attori e spettatori; per questa ragione, teorizzò e mise in scena il teatro povero, ovvero, uno spettacolo nel quale l’allestimento scenico, i costumi, le luci o gli effetti speciali, fossero secondari (o assenti), concentrandosi sul rapporto dell’attore con il pubblico.

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La statua dedicata a Grotowski

Grotowski si liberò di tutto ciò che egli considerava “superfluo”, prediligendo lavorare con allestimenti completamente neri e con attori che – almeno nel processo di prova – indossassero costumi totalmente neri, (questa rivoluzione è tuttora molto attuale nel teatro contemporaneo, generalmente scarno nelle scenografie ed effetti scenici vari). Per Grotowski, “povero” significava lasciare l’attore ‘spogliato’ e vulnerabile. A tal proposito, così si esprimeva: “Eliminando gradualmente tutto ciò che è superfluo, scopriamo che il teatro può esistere senza trucco, costumi e scenografie appositi, senza uno spazio scenico separato (il palcoscenico), senza gli effetti di luce e suono, etc. Non può esistere senza la relazione con lo spettatore in una comunione percettiva, diretta. Questa è un’antica verità teoretica, ovviamente. Mette alla prova la nozione di teatro come sintesi di disparate discipline creative; la letteratura, la scultura, la pittura, l’architettura, l’illuminazione, la recitazione”.

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Un’immagine tratta da “Il principe costante”

A questo concetto di “teatro povero”, Grotowski unì quello di ‘sacerdozio‘ dell’attore: quando l’attore entrava nella “santità” dello spazio scenico accadeva qualcosa di speciale, simile a una Messa religiosa. Grotowski ideò anche una tecnica rivoluzionaria di “allenamento” per gli attori, innovazione, ancora oggi considerata “indispensabile”, cambiando profondamente la figura dell’attore nell’ambito dell’arte teatrale.

Tra gli spettacoli da lui diretti: Cain di Byron (1960); The tragical history of doctor Faustus di Marlowe (1962); quattro edizioni di Akropolis da Wyspianski (1962-67), Il principe Costante di Calderón de la Barca nella riduzione di Slowacki (1965), Apocalypsis cum figuris (1968), elaborazione collettiva su testi della Bibbia, di Dostoevskij, Eliot e S. Weil.

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