In scena “Il nome della rosa”, intervista a Leo Muscato

Il regista racconta lo spettacolo che sarà al Goldoni stasera e domani

leo muscato
Il regista e commediografo Leo Muscato
  • di Valeria Cappelletti:

LIVORNO – “Rinuncia a cercare la giustizia in questo mondo, figliolo, resterai deluso“, dice Guglielmo da Baskerville, eppure è questo che lui cerca disperatamente, la giustizia, quella giustizia che le misteriose morti nel monastero necessitano. È “Il nome della rosa“, bestseller di Umberto Eco, che andrà in scena questa sera, martedì 14, e domani sera, mercoledì 15, sul palco del Teatro Goldoni alle ore 21. Per la prima volta questa storia diventa uno spettacolo teatrale con l’adattamento scenico di Stefano Massini e la regia di Leo Muscato. Ed è proprio il regista e drammaturgo, originario di Martina Franca (Taranto), che abbiamo intervistato per avere qualche anticipazione su questa versione teatrale.

nome rosa
Il giovane Adso e Guglielmo da Baskerville.

Che tipo di spettacolo vedrà il pubblico?
È uno spettacolo molto rigoroso. Il nostro obiettivo è stato quello di rendere quanto più possibile giustizia al romanzo, già il film prendeva molte distanze dal romanzo, in questo spettacolo noi siamo molto più fedeli. La differenza sostanziale di rispetto al film per esempio sta nel fatto che noi abbiamo recuperato la struttura del narratore. Nel romanzo infatti esiste un “io narrante” che è rappresentato dal giovane Adso che, diventato vecchio e sul punto di terminare questa sua vita terrena, scrive le sue memorie, ciò che gli è accaduto molti anni prima, in una settimana, in questo monastero. E noi, questo “io narrante” lo abbiamo anche in scena, infatti il personaggio del giovane Adso ha il suo corrispettivo nel vecchio Adso. C’è un continuo andare avanti e indietro nel tempo, c’è il tempo presente con  il vecchio Adso e ogni volta lui ricorda le cose e queste si materializzano davanti ai suoi occhi.

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La scenografia

Un ruolo molto importante riveste la scenografia e l’uso delle luci. Molti lo definiscono uno spettacolo di chiaroscuri.
È ambientato all’interno di un monastero dove accadono delle perversioni pazzesche, dove vige il mondo più oscurantista che si possa immaginare. All’interno di questo spazio e di questo monastero noi abbiamo realizzato una scena che è simile a una grande scatola fissa con scale che scendono e che salgono, muri che si alzano, però di fatto è un impianto fisso dove ci sono proiezioni con le luci che raccontano scene diverse, spazi diversi e mettono l’osservatore nella condizioni di immaginare. Per esempio: dentro quella scatola basta che entri solo un letto e il pubblico immagina che sia una cella, in un altro momento diventa una mensa, in un altro uno scriptorium, se entrano due lumini e alcuni inginocchiatoi immediatamente ci ritroviamo all’interno di una chiesa. È una scatola magica e il pubblico è sempre messo nella condizione di doversi immaginare il luogo di cui si sta parlando.

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L’uso delle videoproiezioni. Foto: Teatro Stabile Torino

Lo spettacolo si caratterizza anche per la presenza di videoproiezioni. Quale ruolo hanno?
Le videoproiezioni sono state utilizzate in modo tale da favorire questa immaginazione anche se tutto quanto è sempre molto evocativo, mai didascalico. Anche quell’inquietudine che si respira nel monastero, che è descritta con minuzia di particolari nel romanzo, noi abbiamo cercato di semplificarla. Da subito abbiamo voluto che il pubblico dimenticasse totalmente il film e il romanzo ed entrasse in questo nuovo linguaggio che è molto diverso da quello del cinema e dal libro.

Parliamo del cast, saranno tredici gli attori che saliranno sul palcoscenico
Il pubblico sta accogliendo lo spettacolo con grande generosità e questo grazie anche a un’eccellente cast di attori. È raro trovare ben tre Teatri che producono uno spettacolo (Torino, Genova e Veneto, n.d.r.) e hanno fatto un bell’investimento come piace a me, puntando non tanto su attori televisivi quanto su bravissimi attori, di alto livello, di teatro. Alcuni di loro fanno un solo personaggio ma altri anche quatto o cinque. Si tratta di uno spettacolo molto corale: sebbene sia presente un unico protagonista Guglielmo da Baskerville, che è in scena dall’inizio alla fine.

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Adso da vecchio. Foto: Teatro Stabile Torino

Nel libro troviamo riferimenti al genere giallo, all’amore, alla ricerca della verità, all’aspetto filosofico-teologico. C’è qualcosa che emerge di più nello spettacolo?
Quello su cui sono intervenuto drammaturgicamente, anche in maniera importante, è stato l’inserimento di tutto l’aspetto teologico e filosofico che è la parte più importante nel romanzo. Quindi ad esempio tutta la teoria dei segni. Guglielmo da Baskerville è un ricercatore, proprio come Umberto Eco, tant’è che in alcuni momenti dalle parole di Guglielmo sembra di intravedere Eco. Guglielmo fa fare ad Adso un percorso di tipo pedagogico, ponendolo sempre nella condizione di osservare nella direzione giusta e questa è una cosa che colpisce molto anche i giovani. Adso ha diciassette anni quando decide di farsi prete e conosce l’amore, l’amicizia profonda per il suo maestro, conosce le perversioni più crudeli che uomini di fede possono arrivare ad avere, conosce l’omicidio, la morte, il male e il bene. È questo veramente gli ha modificato la vita.

Si può parlare di una sorta di romanzo di formazione
Lo è, suo malgrado Adso in quella settimana impara molto, ed è la ragione per cui da vecchio decide di raccontare un fatto che gli ha davvero cambiato la vita. È bello l’incontro tra questo vecchio e il se stesso giovane, è tutto molto reale ed educativo. E in questo percorso l'”io narrante” detta le sue memorie a un altro scrivano che nel finale si scoprirà… beh c’è un colpo di scena inedito sia nel romanzo che nel film.

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I costumi dei vescovi. Foto: Teatro Stabile Torino

Lo spettacolo si caratterizza anche per i costumi molto accurati
Abbiamo fatto un lavoro pazzesco con la costumista Silvia Aymonino, abbiamo scoperto che ogni frate si faceva il suo saio e che la stoffa, la forma, tutto dipendeva dal tipo di ordine e dalla ricchezza che aveva. Per esempio nella scena in cui c’è il compromesso storico tra la delegazione papale e quella imperiale, i vescovi hanno dei costumi che la costumista si è inventata e che all’epoca avrebbero permesso di acquistare un castello da quanto erano pieni di ori e di materiali che arrivavano chissà da quale parte del mondo. Ogni personaggio ha un suo abito che differisce dagli altri.

E la musica che ruolo ha nella rappresentazione?
È la magia più importante, ma non è una vera e propria musica è un tappeto sonoro che sembra il mondo interiore di questi personaggi. Non avevo mai realizzato una colonna sonora così.

Che finale attende il pubblico?
C’è comunque una catarsi con un bel colpo di scena finale dove davvero lo spettatore vede la luce, perché se no è davvero un mondo nero, nero, lo è di fatto, ma ci deve essere anche la speranza che possiamo cambiarlo.

Ricordiamo che domani, mercoledì 15, alle 18 sarà possibile incontrare il cast presso la Sala Mascagni del Teatro Goldoni, con ingresso libero. Lo spettacolo andrà in scena alle ore 21.

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