Opera Oggi: “Matrioska”, sessanta minuti di emozione pura sul palco della Goldonetta

Rassegna dedicata a opere di composizione contemporanea

Un momento di "Matrioska". Foto: Dario Barbani
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Pubblicato ore 11:20

  • di Gianluca Donati

LIVORNO – Personalmente ho trovato favoloso lo spettacolo di ieri, 6 novembre, alla Goldonetta dove è andato in scena “Matrioska” all’interno della rassegna “Opera Oggi”, un’iniziativa lodevole della Fondazione Teatro Goldoni di Livorno, che ha come obiettivo dare visibilità a 4 opere di composizione contemporanea.

Nel caso di “Matrioska” si tratta di una composizione di Marco Simoni su libretto di Fabrizio Altieri con la regia di Stefano Mecenate. Personalmente non ho trovato difetti, sbavature di nessun tipo, emozione pura. Sessanta minuti di spettacolo lirico all’interno dei quali avvenivano cinque cambi di scena. Un’opera da camera, che attraverso un gioco di continue trasformazioni, ha giocato su una linea sottile tra realtà e immaginazione.

I posti del pubblico erano quasi tutti occupati, ed è un buon segno, perché significa che il pubblico si interessa anche alle novità e non solo ai classici. La Goldonetta è diversa dal Teatro Goldoni, è più piccola, e i musicisti sono pochi e si esibiscono ai piedi del palco di fronte al pubblico, sempre visibili. Per chi è abituato a Puccini, Verdi, Mascagni, può essere uno choc; non c’è quell’immersione negli archi e negli ottoni, quell’onda di musica che sale, ma pochi strumenti che suonano note molto sperimentali e ricercate, occorre un palato fine per apprezzarle.

I lirici recitavano e cantavano con pochi oggetti in scena, ma alle loro spalle c’erano sempre proiettate delle immagini che erano collegate con la vicenda o offrivano al contrario un contrappunto.

Ottimo il gioco di luci e di fumo sul palco. Lo spettacolo era come diviso in capitoli interni, alla fine di ogni capitolo, i cantanti si rivolgevano direttamente al pubblico a sottolineare il termine di un capitolo e le luci si spegnevano, lasciando solo illuminato lo sfondo proiettato, e ogni volta il pubblico applaudiva. Nella penombra, gli attori smontavano la scena e preparavano quella successiva mentre i musicisti proseguivano a suonare anche durante questi “stacchi”, una tecnica moderna rispetto a quella che si è soliti vedere all’opera lirica quando tra un atto e l’altro cala il sipario. Poi, quando tutto era pronto, si riaccendevano i riflettori con nuovi oggetti di scena e nuovi abiti.

Quello che colpiva era la modernità della composizione musicale, che un profano a volte avrebbe potuto scambiare per periodi nei quali i musicisti accordavano gli strumenti, invece questa era l’essenza stessa della composizione, questo giocare su note imprevedibili, moderne, sperimentali, con un gioco di equilibri di dissonanze anziché assonanze, che però si incastravano alla perfezione tra loro e con le voci dei cantanti.

Alla fine dello spettacolo, i protagonisti lirici che per tutta l’opera erano stati in abiti del passato, appaiono vestiti in moderni pigiami e anche lo sfondo proiettato ci mostrava una scenografia moderna. Finché i lirici non si sono spogliati dei loro pigiami svelando delle calzamaglie nere che li ricoprivano interamente e hanno cantato contemporaneamente la parte finale. Al termine il lungo applauso ha accolto i cantanti e i musicisti che sono saliti anche loro sul palcoscenico assieme ai loro. Spettacolare serata che bene ha fatto all’arte e alla cultura.

Personaggi e interpreti: Principessa Nora, l’orsacchiotto, una naufraga, la donna misteriosa del bosco Antonella Biondo soprano; Re Manfredo, il boia, l’uomo fuggiasco, il soldatino di legno Luis Javier Jimenez Garcia tenore; Regina Gilda, una naufraga, la donna condannata a morte, il cavalluccio a dondolo, il folletto Mae Hayashi contralto; musicisti Eleonora Donnini flauto, Federica Fontana violino, Michele Roffi contrabbasso, Stefano Cresci oboe, Chiara Mariani pianista; aiuto regista Luciano Oriundo.

Prossimo appuntamento domenica 13 novembre ore 17 con “Sgombero/La patente“, testo di Luigi Pirandello.

Le foto sono di Dario Barbani

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