L’Italia vista dai Mayor è “In fondo a destra”

Così raccontata la Storia smette di essere compagna incomprensibile

Un momento dello spettacolo. Foto: D. Luschi
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Pubblicato ore 17:25

  • di Diego Luschi

LIVORNO – Se c’è una cosa che mi piace fare la sera è prendere la bicicletta e girare per il centro di Livorno; Livorno ha una strana musica notturna che sembra rincorrerti per le strade, un vociare spavaldo, punti illuminati a giorno, dove il buio non arriva mai, e attimi di notte profonda, dove tutto risuona clandestino, dove sembrano alimentarsi le fitte trame sotterranee, poi torna la luce e quello che era un presentimento te lo lasci alle spalle, perché lì è, immobile, come certi momenti del nostro Paese su cui ancora qualcuno preferisce non fare chiarezza.

Alzo la testa di tanto in tanto al principio delle vie, come a voler scorgere, dalle piastrelle scolorite dal tempo e dai temporali, qualche nome illustre del passato, Mazzini, Ricasoli, Cavour, per proseguire lungo i fossi fino a sbucare in piazza Guerrazzi e ancora oltre, per poche pedalate, poi parcheggio, vedo non troppo lontano l’ingresso della Fortezza nuova.

La galleria della Fortezza Nuova. Foto: D. Luschi

Il palco si illumina di verde, bianco e rosso, ed entrano le attrici. Il bello adesso è tutto nel loro sorriso, nelle belle espressioni, nei gesti di complicità. Poi si inizia con la Storia… “In Italia – dice Giannini introducendo – la maggioranza è lo Stato, l’opposizione diventa automaticamente antistato, quindi non si sente parte di questo e viene esclusa. […] L’Italia ha una anomalia per cui c’è difficoltà a passare da un sistema ad un altro: abbiamo avuto 1861/1922 un sistema liberal-monarchico, dove si sapeva già all’inizio chi vinceva e chi perdeva, tra il 1922 e 1943 (o ‘45) il fascismo, e si sapeva chi governava, tra il 1946 e il 1992 la Democrazia Cristiana, e anche qua si sapeva chi governava…

“L’anomalia” è iniziata con Cavour, ancor prima dell’Unità d’Italia (Connubio,1852) che capì l’importanza del parlamento e degli accordi tra partiti, esautorando di fatto l’opposizione, e queste furono soltanto le premesse, con questo “quadro” inizia lo spettacolo, e si continuerà così proponendo una serie molto divertente di situazioni reali e paradossali allo stesso tempo: “da guardare con l’occhio ironico, che è l’occhio più intelligente”.

Foto: D. Luschi

Ogni quadro vede le tre attrici prendere i panni di personaggi storici (da Cavour/Rattazzi a Giolitti/Gentiloni, passando per Landra/Conci (Manifesto della Razza) fino a Mussolini/”Sciaboletta” con la verve che contraddistingue lo stile Mayor e con intermezzi mameliani intonati da Federico Parlanti, in realtà appena accennati per poi stopparsi con un “bono così… che Paese di merda!”. La storia così raccontata, lontana dai manuali scolastici, smette di essere una noiosa compagna incomprensibile, troppo lontana dal vivo interesse, e nella finzione teatrale si fa sincronica, unendo il passato al presente, e gli accordi di interesse nazionale si sorseggiano con “un succhino” di un noto supermercato cittadino, si mescolano al premio Green Pass, o ad un piccione visto per strada “tutto rotto”.

Foto: D. Luschi

Man a mano che la storia si fa prossima a noi aumentano i momenti di riflessione: si parla di Franca Rame, e della storia di quel drammatico monologo, c’è la lettura di una poesia di Pasolini, tratta da “Le ceneri di Gramsci”, e si intona Aida di Rino Gaetano, quella che lui stesso definì una “canzonetta dei cinquant’anni di storia italiana” ma che in realtà è un capolavoro.

L’Italia ha vissuto molte “anomalie”, ci ha detto Lamberto, e ogni volta per uscirne è servito un grande trauma, ogni volta è andata così, aggiungo io, ma il nuovo porta speranze e dalle macerie, quelle stesse che hanno coperto il “proscenio” alla fine dello spettacolo, può nascere un certo ottimismo di fare meglio per poi perseverare in errori diversi.

Un grazie alla Compagnia Mayor Von Frinzius per la bellissima serata, in particolar modo a Lamberto Giannini, alla regista Rachele Casali, che ha messo in risalto la bellezza del paradosso con cui si può trattare la Storia, e un grande applauso alle tre attrici (Emma Titomanlio, Marika Favilla e Giuditta Novelli) che hanno saputo cambiare tantissimi ruoli, con intensità diverse, con la stessa grande bravura, e allo stupendo Federico Parlanti per cui difficilmente qualche “semplice” aggettivo può bastare. Grazie anche alla Misericordia di Livorno che ha reso possibile l’accesso a tutto il pubblico e non solo.

Foto: D. Luschi

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