“Il mattatore” Vittorio Gassman tra palcoscenico e cinepresa

Portò in teatro gli autori più famosi del 21esimo secolo

Vittorio Gassman in "Kean"
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  • di Gianluca Donati:

Vittorio Gassman, noto al grande pubblico con il soprannome “il mattatore”, dall’omonimo spettacolo televisivo che lo vide protagonista nel 1959, è stato un attore, regista, sceneggiatore e scrittore italiano, in campo teatrale, cinematografico e televisivo, ed è considerato uno dei migliori e più significativi attori italiani, celebrato per l’alta professionalità e l’assoluto maniacale perfezionismo. Odiando la dizione imperfetta, passò anni a perfezionare la propria voce con continui esercizi vocali cui dedicava molte ore il giorno. Esecrava le inflessioni dialettali, pur essendo in grado, quando necessario, di imitare la maggior parte dei dialetti italiani. Le sue produzioni teatrali spaziarono dai più famosi autori del XX secolo, ai classici come Shakespeare, Dostoevskij e i grandi drammaturghi greci. Inoltre fondò una scuola di teatro a Firenze: la Bottega Teatrale.

vittorio gassman
Gassman in “Riso Amaro”

Dopo aver frequentato l’Accademia nazionale d’arte drammatica, debuttò al teatro nel 1943. Due anni più tardi debutterà anche nel cinema, e ottiene il suo primo grande successo con “Riso amaro”, diretto da Giuseppe De Santis, un capolavoro che, come “Ossessione” di Visconti, ibrida neorealismo e noir americano. Da questo momento in poi, Gassman proseguirà alternando le sue performance teatrali con quelle cinematografiche. Durante gli anni cinquanta, Gassman sarà impegnato in Italia e a Hollywood, in ruoli cinematografici di atletici e seducenti “villain”, tra i quali, “Guerra e pace” di King Vidor, fin quando Monicelli non lo rivelerà anche come ottimo attore brillante nel 1958 nel film “I soliti ignoti”, che segnerà una svolta nella sua carriera cinematografica, liberandolo dallo stereotipo di “bello e maledetto”, e aprirà una nuova fase che lo ridisegnò come uno dei migliori attori di commedia italiana, interpretando generalmente ruoli di “cialtronesco spaccone”, recitando in grandi film come “La grande guerra”, “Il sorpasso”, “I mostri”, “L’armata Brancaleone” e “Brancaleone alle crociate”, “In nome del popolo italiano“, “C’eravamo tanto amati”, toccando l’apice con “Profumo di donna” e “Anima persa”.

Nel teatro Gassman, raggiunse i suoi successi della maturità nella compagnia del grande Luchino Visconti; nel 1945 in “La macchina da scrivere“, tratto dal drammaturgo Jean Cocteau, viene messa in scena una commedia in tre atti; lo spettacolo narra di una serie di inspiegabili suicidi, le quali vittime lasciano sempre un bigliettino scritto con la stessa macchina da scrivere, per poi scoprire che non si trattava di suicidi. Attraverso questa storia, Visconti denuncia la meschinità e il vizio che si celano dietro alla vita borghese di provincia.

Sempre per la regia di Visconti, Gassman interpretò nel 1949 il ruolo del protagonista Stanley Kowalski in “Un tram che si chiama desiderio“, tratto da Tennessee Williams, recitando assieme a Marcello Mastroianni, Rina Morelli e Vivi Gioi. La rappresentazione ambientata nella New Orleans degli anni quaranta, vede come protagonisti una coppia, Stanley un rude polacco dai modi burberi, travolto dalla passione carnale per la moglie Stella, il cui equilibrio è messo però a rischio dall’arrivo improvviso della sorella di lei; una donna oscura, che gradualmente scivolerà nella follia, fino al ricovero in manicomio, e Stella trovandosi in difficoltà ad accettare il destino della sorella, entra in crisi nel rapporto con Stanley. Per questa rappresentazione, i bozzetti scenografici furono curati da Franco Zeffirelli che ingegnò una scena strutturata come lo spaccato di una casa su due piani, con delle quinte dipinte sullo sfondo e dei “praticabili” (piattaforme su cui possono salire e muoversi gli attori e i tecnici per accedere al secondo piano).

vittorio gassman
Gassman in “Amleto”

L’altro grande drammaturgo e regista teatrale con il quale Gassman recitò, fu il livornese Luigi Squarzina; insieme, nel 1952, fondarono il Teatro d’Arte Italiano, producendo nel 1954 “Amleto” di Shakespeare e scommisero sulla scelta di allestire il capolavoro shakespeariano integralmente, senza tagli, per compiacere le smisurate ambizioni recitative del protagonista Gassman che in quella occasione fu superlativo. Fu uno spettacolo entrato nella leggenda del teatro italiano. Per Gassman fu un trionfo personale che lo consacrò definitivamente nell’Olimpo del teatro drammatico italiano, e tale successo incrinò l’amicizia e la collaborazione con Squarzina, poiché le ambizioni di Gassman divennero talmente alte da indurlo a rifiutare d’essere diretto da altri.

Gassman iniziò così ad auto dirigersi nelle proprie rappresentazioni teatrali, tra le quali nel 1954, “Kean“, tratto da Alexandre Dumas e basato sulla vita del celebre attore inglese Edmund Kean, di cui Gassman ne fornì una memorabile interpretazione. Da quel momento in poi, Gassman verrà criticato da taluni d’esser un gigione. Visconti invece, (con il quale nel frattempo i rapporti si erano deteriorati), mise in discussione la sua regia e in una celebre intervista dirà del mattatore: «Secondo me Gassman è troppo attore, troppo dotato per essere al di fuori di se stesso, per preoccuparsi dello spettacolo. Per svolgere con lo stesso risultato la doppia attività di interprete e di coordinatore di interpreti, occorre una personalità diversa, non maggiore, anzi minore, ma diversa. È un’altra maturità».

Sul suo oscillare tra istrione e gigione, Gassman costruì negli anni novanta un programma televisivo nel quale con autoironia, leggeva interpretando teatralmente documenti come la bolletta del gas, il menù del ristorante o gli annunci economici; con la stessa abilità e professionalità e la voce impostata e profonda, che lo rese celebre recitando la Divina Commedia di Dante. Un mito.

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