Horror Movies: “La maschera del demonio” di Mario Bava

Un film innovativo, considerato il primo vero horror italiano

maschera demonio
Un'immagine tratta dal film "La maschera del demonio"
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  • di Gianluca Donati:

XIX secolo. A causa di un incidente con la carrozza, il medico Chomà Kruvajan e il suo giovane collega Andrej Gorobek, si ritrovano all’interno di un antica e misteriosa cripta. Qui trovano il cadavere di una donna col viso nascosto da una maschera di ferro inchiodata. Incuriosito, Chomà toglie la maschera, e nell’atto, si ferisce accidentalmente a una mano e una goccia di sangue cade sul viso della defunta. All’uscita dalla cripta, i due medici incontrano una bellissima fanciulla di nome Katia che abita in un castello poco distante con il padre e il fratello. I due prendono alloggio presso una locanda nel vicino paese, ma Andrej non riesce a scacciare dalla mente il ricordo di quella ragazza. Intanto, il corpo scoperto nella cripta, subisce un’incredibile mutazione: si tratta infatti di Asa, una perfida strega condannata al rogo più di due secoli prima. Asa è identica a Katia (che ne è una lontana parente). Dopo una serie di peripezie, Asa insidierà Katia e comincerà a succhiarle il sangue per rubarle la giovinezza e la vita.

maschera demonioSebbene il genere horror sia stato inaugurato in Italia da “I vampiri” di Riccardo Freda (1957), “La maschera del demonio”, girato nel 1960 in un magistrale bianco e nero che cita l’espressionismo tedesco, è considerato il primo vero horror italiano, infatti, “I vampiri” fu frenato sul versante orrorifico soprattutto dai produttori, che gli preferirono un’impostazione noir e poliziesca, rispetto al quale, “La maschera del demonio”, elabora definitivamente i canovacci classici del genere gotico (castelli minacciosi, boschi immersi nella nebbia, femme fatale vampiresche affascinanti e letali), che verranno poi ripresi nei film dei vari Margheriti, Caiano, Mastrocinque e Pupillo, con atmosfere tipiche delle saghe americane, come il ciclo di Roger Corman dedicato ad Edgar Allan Poe (non a caso considerato il “Bava americano”).

La produzione decise di affidare a Mario Bava un soggetto dell’orrore, dopo il successo mondiale riscosso dal film “Dracula il vampiro” (1958) di Terence Fischer. L’intelligenza di Bava sta però, nel presentare una storia di demoni e vampiri preferendo trarre ispirazione per il soggetto da tutt’altre fonti, e nella fattispecie, un racconto breve di Gogol, intitolato, “Il Vij”.  Tuttavia il film in questione, non è una fedele trasposizione del racconto, bensì, sviluppa il soggetto verso delle soluzioni estremamente personali ed efficaci; introducendo un romanticismo assente nel testo letterario.

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La locandina del film

In Gogol, c’è già il motivo della fascinazione del male, ma il tema del doppio è solo accennato; in Bava vi è invece una dualità bene/male scissa in due persone diverse (Katia/Asa), e la decisione del regista di far interpretare i due ruoli dalla stessa attrice (Barbara Steel, che nel 63 avrà un ruolo in “Otto e mezzo” di Fellini), appare un geniale espediente con cui Bava amplifica il senso di ambiguità tra bene e male che finiscono per confondersi e contaminarsi reciprocamente, concetto che viene sottolineato anche dai particolari giochi di luci voluti dal regista (anche direttore della fotografia), coi quali egli confonde continuamente la notte con il giorno.

In anticipo sui tempi, il film di Bava (esperto anche di effetti speciali), non risparmia allo spettatore l’aspetto più crudo della vicenda, con una serie di trucchi grandguignoleschi veramente raccapriccianti (ma ancora lontani dall’abuso tipico del cinema horror contemporaneo), come per esempio la lunga sequenza che accompagna il risveglio  della strega, o quella in cui Asa viene messa al rogo con la maschera acuminata che le trafigge le carni del viso fino a far zampillare il sangue.

“La maschera del demonio” è quindi, su molti aspetti, un film innovativo che si discosta nettamente dalle produzioni imitative del modello anglosassone proposte fino ad allora, e che  trovò subito un grosso seguito e un enorme successo fuori dal territorio italiano, consacrandolo alla sua prima regia come uno dei più dotati registi del genere a livello internazionale.

In epoca più recente, Lamberto Bava, figlio di Mario, ha girato un remake del film, senza tuttavia raggiungere minimamente la qualità dell’opera originale. All’atmosfera de “La maschera del demonio”, si è vagamente ispirato anche Tim Burton (grande stimatore del regista italiano) per la realizzazione de “Il mistero di Sleepy Hollow”. La critica italiana ha sempre considerato Bava un regista di B-movie (a differenza di quella francese e statunitense, che lo apprezzò da subito), i soli apprezzamenti riguardavano gli effetti speciali dei suoi film. Solo dopo la sua morte è iniziata una rivalutazione della sua opera.

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