Horror Movies. “Inferno”, seconda opera della trilogia delle madri

Fotografia curatissima ed elevato numero di decessi

inferno
La locandina del film
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  • di Gianluca Donati:

New York. La giovane poetessa Rose Elliot acquista da un antiquario un libro; un diario scritto in latino da Varelli, un architetto. Nel libro si parla del mito delle tre madri degli Inferi che governano il mondo attraverso il male. Rose intuisce che l’appartamento in cui vive è in una delle tre case che Varelli ha fatto costruire per loro. Rose scrive una lettera a suo fratello Mark, che vive a Roma, pregandolo di raggiungerla, perché ha paura. Mark si recherà nella città americana e scoprirà che la sorella è misteriosamente scomparsa. Mettendosi alla ricerca di Rose, Mark farà scoperte terrificanti.

Questa è la trama di Inferno del 1980, secondo capitolo della trilogia su “le tre madri” di Dario Argento, inaugurata nel ’77 con Suspiria e conclusasi con La terza madre del 2007. Come Suspiria, anche Inferno è un film horror puro, rispetto al genere più thriller dell’inizio della sua carriera, e con Suspiria ha diversi aspetti in comune. In primo luogo dal film apprendiamo che “le tre madri”, sono situate rispettivamente a Friburgo, Roma e New York, quindi, per chi ha già visto il primo capitolo, Suspiria, sa che una delle tre madri, quella “dei sospiri”, è quella conosciuta nel film precedente. In Inferno, abbiamo modo di conoscere le altre due, la madre delle lacrime (Roma), e soprattutto quella delle tenebre (New York).

L’altro punto in comune tra Inferno e Suspiria è quello “estetico” e visionario, evocato attraverso una curatissima fotografia e un’altrettanto apprezzabile scenografia. Differentemente da Suspiria il quale aveva avuto come direttore della fotografia il maestro Luciano Tovoli, Inferno si avvale della prestazione tecnica di Romano Albani (allievo dello stesso Tovoli), al quale Argento chiederà di cercare di emulare il più possibile il look fotografico di Suspiria. Ma Albani parte svantaggiato, perché, Suspiria era stato girato in technicolor, cioè con una cinepresa dotata di una particolarissima pellicola che conferiva dei colori saturi come nel vecchio cinema del passato. Per cercare di supplire a questa carenza, Albani tenta di forzare ulteriormente un espediente già usato da Tovoli nel film precedente, estremizzandolo il più possibile, ovvero: illuminare le scene con intense luci colorate, usando ogni cromatismo, ma dando la precedenza ai colori, rosso e blu. Il risultato finale non è all’altezza delle aspettative di Albani, e Argento ne resta insoddisfatto, ma lo stesso Tovoli, intervistato, dirà che neppure lui avrebbe potuto fare di meglio. In sintesi, senza il mezzo specialistico del technicolor, non era possibile ottenere il look di Suspiria, che resta perciò insuperato sul piano qualitativo. E anche le scenografie di Giuseppe Bassan, per quanto curatissime e stravaganti, non sono all’altezza della potenza visionaria di Suspiria. Nonostante ciò, la peculiarità specifica fotografica e scenografica di questo film, resta validissima, facendo di Inferno uno dei film più riusciti di Argento.

Tra gli aiuto registi, ci sono anche Mario e Lamberto Bava; Mario Bava, oltre che curare personalmente gli effetti speciali del film (assieme a Germano Natali), girerà anche la famosa e terrificante scena subacquea, nella quale Rose, scopre una foto di Mater Tenebrarum e all’improvviso sbuca un cadavere, spaventandola. E grazie anche alla collaborazione di M. Bava – oltre alla sopracitata fotografia di Albani – il film appare come il più barocco della carriera di Argento, facendone un pilastro dell’horror gotico. Quasi a fare da contrappunto a questo “barocchismo gotico”, la colonna sonora composta ed eseguita dal tastierista inglese Keith Emerson.

Inferno prosegue sul percorso tracciato da Suspiria, caratterizzato da un’accentuazione dell’aspetto granguignolesco, e in questo film il numero di morti ammazzati aumenta considerevolmente. Oltre alla già citata scena subacquea, si ricordano tante altre scene, come ad esempio quella nella quale Rose viene afferrata da una misteriosa figura, per poi essere orribilmente ghigliottinata da una vetrata tagliente facendo zampillare il sangue; o quella scioccante nella quale, nell’appartamento di Sara (Eleonora Giorgi) l’elettricità comincia a mancare a intermittenza e sulle note che vanno e vengono del Va, pensiero del Nabucco di Verdi, sono brutalmente assassinati Sara e Carlo (Gabriele Lavia); o una delle scene più celebri, quella dell’antiquario Kazanian che camminando con le stampelle, si reca in un laghetto putrido sul quel sgorgano le fogne, per affogare crudelmente dei gatti ch’egli ha imprigionato in un sacco, ma finirà per cadere lui stesso nella pozza, divorato dai topi e infine, inaspettatamente ucciso da colpi di coltello al collo da uno sconosciuto lì vicino al quale Kazanian aveva gridato aiuto, il tutto mentre si completa un’eclissi lunare e sulle note incalzanti di K. Emerson. Sono solo alcune delle scene cruente.

A dire il vero, forse questo potrebbe essere un piccolo difetto del film, ovvero l’eccessivo numero di decessi, come se Argento, a partire da questa pellicola, sentisse la necessità di stupire il suo pubblico, estremizzando uno degli aspetti più noti del suo cinema, ma è un difetto che si perdona nell’insieme del film. Mentre la sceneggiatura, apparentemente un po’ confusa, è sicuramente una scelta di Argento, che si avvale della collaborazione al soggetto di Daria Nicolodi (allora sua compagna di vita), presente in questo film anche come attrice, nel ruolo di Elise.

Occorreranno quasi trent’anni (troppi), perché Argento si decida a concludere la trilogia, girando nel 2007, La terza madre, un film pessimo e involontariamente comico che la stessa Nicolodi criticherà negativamente. Ma per fortuna ci sono i film che il maestro italiano del brivido ci ha regalato negli anni 70 e 80, e Inferno è uno di questi. Buona visione.

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