“Hannah”: l’approccio emotivo di Charlotte Rampling

Il film è girato in 35 mm per dare maggiore fisicità al racconto

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Charlotte Rampling è Hannah
  • di Valeria Cappelletti:

VENEZIA – “Il mio obiettivo è stato di penetrare il mondo interiore di Hannah intrappolato dalle sue incertezze e dipendenze. Ho cercato di esplorare cosa succede nella mente di una persona quando, dopo 40 anni di vita vissuta insieme a qualcuno, scopre cose che sconvolgono tutto. Come si può tornare mettersi in discussione?”. Queste le parole di Andrea Pallaoro, regista di “Hannah“, ultimo film italiano in concorso presentato alla Mostra del Cinema. “Sono attratto da pesonaggi emarginati e incompresi dalla società. In questo film ho cercato di favorire un approccio emotivo invece di un approccio narrativo, proprio per questo abbiamo deciso di girare il film in 35 mm perché, a differenza del digitale, ha una sua fisicità, per dare maggiore sensorialità“.

“Hannah” vede come protagonista Charlotte Rampling che interpreta una donna costretta a fare i conti con la sua vita, le sue paure, dopo l’arresto del marito. Un film, che afferma il regista: “È stato scritto per Charlotte. Dopo averla vista nella sua interpretazione in “La caduta degli dei” (di Luchino Visconti, 1969 n.d.r.)me ne sono innamorato e ho iniziato a seguirla, sognando un giorno di poter lavorare con lei. Lavorare accanto a Charlotte mi ha segnato tantissimo, è un’artista che scava all’interno del mondo interiore del personaggio per arrivare a una sua verità”.

Per l’attrice inglese: “Lavorare con Andrea è stato molto bello, ha grande sicurezza e sa quello che vuole, mantiene la calma sul set e un attore ha bisogno di sentirsi al sicuro con il regista, di sentirsi sostenuto e solo così dà il massimo”.

Nel film la protagonista tende a parlare molto più con lo spazio che la circonda che non con le persone, Pallaoro ha risposto così: “Volevamo trovare un linguaggio cinematografico che riflettesse il senso di disorientamento e confusione che Hannah prova in questo momento della sua vita. Abbiamo cercato di instaurare un rapporto con lo spettatore perché si riflettesse nel personaggio e potesse così fare un proprio percorso per capire se stesso e mettersi in discussione“.

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