Gli scatti di Filippo Boccini e le sue sperimentazioni

Giovane street photographer livornese che ama i chiaroscuri

filippo boccini
Filippo Boccini
  • di Francesco Boni:

LIVORNO – Un corretto alla Sambuca apre la strada a un’intensa chiacchierata con Filippo Boccini, appassionatissimo street photographer livornese classe 1988 che ci accompagna passo passo attraverso la sua personale visione fotografica, una visione in cui si stagliano le scale di grigio, un nero intenso, e in cui un elemento decisamente essenziale è la predominanza dei chiaroscuri.

filippo boccini
“Hand Livorno”. Foto: Filippo Boccini

Come nasce la tua passione per l’osservazione della strada?”
“Ho iniziato il primo approccio alla strada affascinato dallo skate fin da piccolo, scoprendo come questa fosse un grande teatro in cui convivono situazioni, personaggi, luci e colori che cambiano a seconda dei diversi momenti della giornata o delle stagioni. Ma non è sempre stato così: il mio avvicinamento alla fotografia in realtà è avvenuto tanti anni fa, ed è stato radicalmente differente rispetto alle foto che faccio adesso: inquadravo sempre paesaggi o architetture senza inserire mai le persone, e ciò che ancor più mi differenzia da oggi, è che scattavo foto addirittura a colori”.

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“Their looks Firenze 2017”. Foto: Filippo Boccini

E come sei arrivato ad una fotografia radicalmente opposta?”
“Negli anni mi sono messo a studiare le opere realizzate dai grandi maestri della fotografia, non solo sui libri, ma anche vagando per mostre in cerca di punti di vista sempre nuovi e stimolanti. Tra le più belle che ho visto ultimamente sono state quelle su William Klein a Milano e su Bill Viola a Firenze. Ma i fotografi che mi hanno letteralmente aperto la strada verso lo studio di un linguaggio che ho maturato in autonomia, sono stati sicuramente i giapponesi, uno su tutti, Daido Moriyama. In seguito ho studiato anche le varie tecniche di stampa in modo che le mie fotografie fossero il prodotto di un processo completo, che va dalla cattura di un’immagine fino alla lavorazione in fase di stampa, ottenendo un risultato ancora più complesso, ma ancora più mio”.

Molto interessante, allora partiamo dall’inizio: raccontaci le fasi di questo processo”.
“In controtendenza rispetto all’uso massiccio delle reflex, io sono ritornato all’uso di una compattina, allontanandomi dalla composizione della foto “perfetta”. Talvolta per ricercare un punto di vista fugace e inaspettato, scatto anche dall’altezza del ginocchio o da terra: la strada non aspetta, c’è una sorta di accettazione inesorabile dell’imprevisto, del non preventivato ecc… e sto attentissimo alle condizioni meteo o anche alle varie fasi della giornata come mattina, pomeriggio o sera per la diversa intensità della luce”.

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“Pause Firenze 2017”. Foto: Filippo Boccini

“E una volta tornato a casa, lavori sui processi di stampa, giusto?”
“Esattamente. Ho studiato vari procedimenti come la serigrafia oppure la risograph, un processo totalmente ecologico realizzato addirittura su carta di riso come dice la parola stessa. Tutte queste tecniche di stampa sono già state apprezzate e studiate da Moriyama e prima di lui da Andy Warhol. È davvero curioso come io, che sono di formazione “occidentale” sia rimasto affascinato dai giapponesi ma che questi a loro volta siano rimasti affascinati da Andy Warhol che è il massimo del pop “occidentale”. Tornando alla stampa, mi sono accorto che pian piano la mia ricerca si definisce azzerando i mezzi toni, valorizzando le scale di grigi (soprattutto scuri), cercando di perdere alcuni dettagli per trovarne altri inaspettati. Tutto questo non fa altro che dare nuova forza e valore al nero: anticamente considerato il colore della vita, ha conosciuto poi una connotazione negativa che perdura ancora oggi, ma che in realtà nel mio modo di fotografare restituisce particolari che altrimenti non sarebbero emersi. Lavoro aggiungendo bianchi bruciati, neri chiusi e grana grossa, così che il nero, o più in generale il colore, possa avere una predominanza schiacciante sulle forme, tentando di distruggerle o quantomeno di prendere il sopravvento.”

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“Push down Livorno 2017”. Foto: Filippo Boccini

“Ecco quindi che le tecniche che utilizzi variano a seconda del risultato che vuoi raggiungere, ma è difficile guardando una foto risalire anche al tipo di tecnica utilizzata. Ne utilizzi anche qualcuna di veramente inaspettata?”
“Si, in effetti oltre alle tecniche suddette, una di quelle che prediligo è sicuramente la fotocopia: può far sorridere o scandalizzare, ma a un mondo che ti chiede immagini perfette e patinate, io voglio permettermi di poter rispondere anche con delle fotocopie: così grezze, grossolane e cariche di un potentissimo impatto cromatico. A differenza che in Italia, in Europa molti artisti si sono già avvicinati allo studio di questa tecnica di stampa che ci appare così imperfetta e priva di unicità: ho già avuto la fortuna di esporre alcuni miei lavori in collaborazione con The Photocopy Club in Belgio, Polonia e Inghilterra, dove l’interesse in materia è già molto attivo.”

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“Mask Milano”. Foto: Filippo Boccini

“Dalle tue parole traspare veramente una grande passione e un grande impegno per quello che fai”.
“Si, vivo infatti una sorta di “Bulimia fotografica”: non posso fare a meno di fotografare, è un pensiero fisso che non posso tacere, è un bisogno di espressione in immagini. È tanto forte questo bisogno che per ricercare l’immediatezza mi sono comprato uno smartphone molto sofisticato, così da avere un adeguato strumento sempre con me che mi permetta di scattare foto ovunque io sia”.

“Ti ringrazio davvero tantissimo, l’intensità delle tue parole è arrivata tanto forte quanto l’intensità delle tue immagini, ci vediamo al prossimo corretto alla Sambuca”.
“Molto volentieri, a presto!”

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