Film in uscita al cinema. “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

Un’esperienza di condivisione ed empatia

Toni Servillo, Teresa Saponangelo e Filippo Scotti in un'immagina tratta dal film
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Pubblicato ore 12:00

  • di Glauco Fallani

“È stata la mano di Dio” l’ultimo interessantissimo film di Paolo Sorrentino, già Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e pronto a sbarcare già dal prossimo 15 dicembre su Netflix dal quale è stato prodotto, si può vedere in questi giorni a Livorno nelle accoglienti sale di La Gran Guardia.

Attendevo da tempo questa pellicola; nella mia testa l’avevo in qualche modo inquadrata, invece già dai primi minuti dopo l’inizio mi sono trovato spiazzato: mai avrei pensato di ridere in un film di Sorrentino. Eh sì, nella prima parte si ride e non poco, poi si passa al dolore così come può essere vissuto da un ragazzo ben lontano dal trovare la sua strada. Nel dipanarsi della pellicola si ride, ci si commuove fino a vivere un’esperienza di condivisione ed empatia come da anni non ci era dato di vedere nei nostri cinema.

Sorrentino si dimostra da par suo capace di prenderci per mano, di farci viaggiare nel tempo fino a condurci nei giorni che l’hanno visto, giovanissimo, ancora in formazione in una Napoli meravigliosa dove ogni angolo parla di mare e Maradona. Quello stesso mare che in un momento topico della narrazione si asciuga sul corpo nudo di Patrizia: divinità meravigliosa, inaccessibile, il cui destino è quello di finire in preda alla pazzia.

“Tuuf”, “tuuf”, “tuuuf” fanno i motoscafi che corrono nel golfo. I personaggi di contorno alla vita di Fabietto (un Paolo Sorrentino in formazione interpretato magistralmente dal giovane Filippo Scotti, premio Marcello
Mastroianni a Venezia) si susseguono. C’è un fratello molto presente, una schiera di parenti sfacciati, chiassosi, personaggi improbabili e grotteschi usciti da chissà quali ricordi dell’infanzia tra i quali spicca la zia Patrizia (una splendida e più volte nuda Luisa Ranieri) “pazza e puttana” frase ripetuta a più non posso dal di lei marito. Solo i pazzi e gli Artisti sono in grado di vedere il munaciello che come un fantasma si aggira per antichi palazzi e dintorni e verso la fine Fabietto lo vede, così come all’inizio è stato visto dalla zia. E c’è Maria (Teresa Saponangelo), centro di gravità di esistenze normali in una città che normale non è. Un personaggio centrale, sempre pronta a fare scherzi, a tenere su il morale. Madre di tutti, non solo di Fabietto, ma anche dell’adorato marito Saverio (Toni Servillo, bravissimo come sempre) il quale ha un’amante ma è ben consapevole di non poter vivere lontano da lei. Perché? Perché andrebbe incontro ad un sicuro naufragio.

Ci sono antiche, enormi stanze in palazzi decadenti e un lampadario acceso appoggiato su un ricco pavimento, richiamo assolutamente sorrentiniano alla caducità della bellezza. Maradona (interpretato da un attore) si intravede soltanto di spalle e da lontano. “Che vedi?” dice a un certo punto il fratello maggiore al protagonista mentre dagli spalti osservano il campione che si allena nel battere e ribattere punizioni sempre dallo stesso punto. Alla risposta vaga di Fabietto se ne esce con una frase lapidaria, “Perseveranza” dice “quella che io non ho e non avrò mai” lasciando sottintendere che è quella la chiave, la cosa indispensabile per avviarsi sulla strada del successo.

Perché allora questo titolo dall’esplicito richiamo all’uomo che, insieme a San Gennaro, è stato ed è il più amato a Napoli? Perché l’attesa e la venuta del ”Messia Maradona” permea l’intera pellicola dall’inizio alla fine: è l’idolo atteso e venerato, vendicatore dei soprusi, risolutore di crisi familiari e portatore di “miracoli”. Il fatto che Fabietto sia sopravvissuto al terribile incidente che distrugge la sua famiglia cambiando di punto in bianco un’esistenza che si dipanava tranquilla si deve, infatti, soltanto alla decisione che ha preso di rimanere in città quel giorno. E perché lo ha fatto? Per un unico motivo: andare sugli spalti del San Paolo e non perdersi neanche
una tra le innumerevoli giocate miracolo dell’idolo di tutti.

Alla fine Fabietto lascia Napoli portando con sé la visione del mondo che si è trovato a maturare: una singolare visione tutta basata sulla capacità di trovare la bellezza dove altri vedono volgarità. Parte per Roma e Fabietto è diventato Fabio. Vuole fare il regista, va incontro alla sua strada. Nell’ultima inquadratura, dalle cuffiette che il protagonista si porta spesso alle orecchie senza che a noi sia dato di udire nulla, si irradia e prende corpo l’indimenticabile canzone “Napul’è” del compianto napoletanissimo Pino Daniele. E questa volta la musica si sente, si sente benissimo e ci entra nel cuore: ciliegina sulla torta ed emozionante regalo ad una città tanto bella ma anche in troppi risvolti inaccessibile per essere compresa pienamente. Un gran bel film, insomma, che vivamente consiglio a tutti di vedere.

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