Curiosità dal cinema: “I 400 colpi” di François Truffaut

Il titolo vero si traduce in: "Fare il diavolo a quattro"

Un'immagine di uno dei momenti più poetici del film
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Pubblicato ore 07:00

  • di Gianluca Donati

Il dodicenne Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) vive con una madre incosciente e un patrigno. I genitori non ne capiscono il bisogno affettivo e le inquietudini proprie dell’adolescenza. Preferendo l’aria aperta all’insegnamento, appena può cerca di marinare la scuola con la complicità del suo compagno di scuola René. In quest’occasione il piccolo Antoine ha modo di sorprendere la madre a baciare uno sconosciuto per strada. Da allora il comportamento di Antoine peggiora. I genitori cominciano, però, a stancarsi degli atteggiamenti del bambino. Antoine fugge e va a vivere in casa di René. Escogita di rubare una macchina per scrivere nell’ufficio del padre, per pagare, per sé e per l’amico, una gita al mare che non ha mai visto, ma Antoine viene sorpreso durante il furto. I genitori decidono di mandarlo in riformatorio. Durante una partita di pallone il bambino approfitta della disattenzione dei sorveglianti e fugge, facendo una lunga corsa e riuscendo così a coronare il suo sogno: poter vedere il mare. Ma è solo una soddisfazione illusoria.

La prima cosa che va chiarita è l’equivoco del titolo: “I 400 colpi” di François Truffaut, è la traduzione dal francese di “Les Quatre Cents Coups” che in Francia suona come “faire les quatre cents coups”, cioè, “fare il diavolo a quattro“, riferendosi così al temperamento turbolento e ribelle del giovane protagonista. Il film è il primo lungometraggio di Truffaut del 1959 e uno dei manifesti e pilastri della “Nouvelle Vague”.

La Nouvelle Vague (nuova onda), fu un’importante avanguardia cinematografica francese, paragonabile come importanza al nostro “Neorealismo”. Di questo movimento appartenevano, oltre allo stesso Truffaut, alcuni dei più grandi cineasti francesi, quali: Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Rohmer

Sebbene alle spalle del giovane Truffaut ci fosse la gavetta di 4 cortometraggi (di cui uno co-diretto con Godard), colpisce la preparazione che il regista francese mostra in questa sua prima esperienza con il lungometraggio, dove già dai titoli di testa in sovrimpressione su panoramiche di Parigi, rivela una scioltezza nella regia e nel montaggio incredibili. Queste panoramiche ci rivelano la triste storia di Antoine, ma in realtà la storia ci parla della Francia del secondo dopoguerra, che pur uscita vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, si trova alla vigilia della sua definitiva decadenza come impero coloniale, e di una profonda mutazione nei costumi sociali che sfoceranno nel famoso Maggio del Sessantotto. Infatti, la turbolenza di Antoine della quale sarà punito, è in realtà il riflesso di un fallimento educativo e affettivo, familiare e scolastico che il regista prende di mira criticandone “l’assenza delle istituzioni preposte”.

C’è come una rabbia repressa durante tutta la pellicola, animata da un’essenza vagamente anarchica che trasuda il fermento culturale, politico ed economico di quegli anni. Lo scarso rendimento scolastico di Antoine e la sua pessima condotta, per le quali egli è ingiustamente punito, sono la risultante di una condizione familiare pessima, con una madre anaffettiva, distratta, che sa solo maltrattare il figlio, e un patrigno sostanzialmente bonario, ma superficiale e mancante di senso di autorità.

La situazione precipita quando Antoine sorprendendo la madre a baciarsi con un estraneo, ne scopre l’infedeltà. I problemi di Antoine sono quindi responsabilità del contesto familiare, che a sua volta riflettono l’ambiente sociale declinante della Parigi del periodo. L’istituto scolastico, invece che riparare i danni educativi e affettivi generati dalla famiglia, li aggrava, spingendo il giovane a una crescente disubbidienza, fino a condurlo a piccoli reati e quindi, al riformatorio.

Qui, il film raggiunge l’apice della sua tensione drammatica, in quanto il riformatorio invece che correggere il piccolo Antoine, lo priva completamente di qualsiasi legame affettivo necessario all’infante. L’unica cosa che resta al protagonista, è tentare la fuga. Egli riesce in un momento di distrazione dei sorveglianti a scappare ed è qui che il regista ci regala il momento più poetico del film: la lunga corsa di Antoine tramite piani sequenze nelle quali la cinepresa lo segue con lunghe carrellate, si concludono sul mare, quel mare che egli non aveva mai veduto; Antoine realizza finalmente il suo sogno, ma è una fuga provvisoria che non risolve la situazione, e il fermo immagine finale del film dove Antoine guarda triste la cinepresa (quindi gli spettatori), lo conferma in un finale libertario ma amaro.

Il film ricevette meritatamente diversi premi, primo tra tutti, il Premio per la migliore regia al Festival di Cannes del 1959.


Gianluca Donati è appassionato di cinema, vanta una collezione di circa 3mila film in particolare di Michelangelo Antonioni, Ingmar Bergman e Federico Fellini. Lettore instancabile e amante della politica.

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