Curiosità dal cinema: “Anonimo Veneziano”, un film controcorrente

Diretto dal noto attore Enrico Maria Salerno del 1970

Una scena del film con Florinda Bolkan e Tony Musante
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Pubblicato ore 07:00

  • di Gianluca Donati

Enrico (Tony Musante) un musicista oboista della Fenice di Venezia, frustrato per non essere riuscito a diventare un grande direttore d’orchestra come sperava, è affetto da un male incurabile e rivede la moglie (Florinda Bolkan) da cui è separato e che nel frattempo si è legata a un altro uomo, maturo e benestante di Ferrara con cui ha costruito una nuova famiglia, in un’Italia del 1970 nella quale la legge sul divorzio ancora non esiste. La donna è ancora innamorata del marito che prima di morire riuscirà a dirigere un concerto, cosa che per anni non era mai riuscito a realizzare.

Questa è la trama di “Anonimo veneziano”, primo film diretto dal noto attore Enrico Maria Salerno del 1970. Salerno nella sua lunga e prestigiosa carriera di attore, doppiatore e conduttore televisivo, ha diretto come regista solo tre film, gli altri due saranno, “Cari genitori” (1973) ed “Eutanasia di un amore” del 1978.

“Anonimo veneziano” ha una trama semplice, essenziale, apparentemente “esile”, e qualche critico storse la bocca, ma la linearità narrativa era evidentemente voluta da Salerno che ha scritto il soggetto, e, con Giuseppe Berto, la sceneggiatura. La critica più polemica fu quella degli ambienti di sinistra, in quanto, è evidente che il film avalla una tesi “antidivorzista” (il tema del divorzio, molto discusso in quel periodo storico, attraversa tutto il film, sebbene in modo indiretto). Al tempo, le forze politiche che si opponevano alla legge sul divorzio erano, la Democrazia Cristiana, il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica e il Movimento Sociale Italiano (queste due ultime formazioni politiche, due anni dopo, nel 1972, si fonderanno nel MSI – Destra Nazionale). Oggi la contrarietà al divorzio appare una battaglia di “retroguardia”, ma all’epoca la discussione era aperta. Il mondo della cultura, era prevalentemente schierato su posizioni molto progressiste, per cui, a prescindere dalla condivisibilità o meno della tesi espressa da Salerno, dobbiamo riconoscergli il coraggio di esser andato controcorrente, sfidando l’egemonia culturale dell’epoca. Sebbene allora, l’Italia fosse un Paese fortemente cattolico, il 12 maggio 1974, con il Referendum abrogativo, la maggioranza dei cittadini votò a favore del divorzio. Vero è che il 40,7% degli elettori, votò contro; fu perciò una minoranza comunque consistente, e “Anonimo veneziano” divenne un testamento decadente e pessimistico di una battaglia che evidentemente Salerno raccontò nella consapevolezza che fosse persa in partenza. E questa sensibilità, oltre ad essere narrata dalla storia, è evidenziata dall’ambientazione: Venezia – città decadente per eccellenza – splendidamente fotografata da Marcello Gatti che ne ha curata la direzione, con inquadrature che indugiano sapientemente su squarci delle architetture della città, su barche e carcasse che galleggiano imputridite nell’acqua stagnante della laguna, sui primi piani degli attori, sul loro gioco di sguardi, alternati con un ottimo lavoro di montaggio.

A coronare il tutto, la triste colonna sonora di Stelvio Cipriani diventata famosissima, e impreziosita da un’esecuzione del “Concerto in Do minore per oboe, archi e basso” di Alessandro Marcello che il protagonista esegue nel mesto finale del film.

Alcuni critici, pur elogiandone l’eleganza estetica e stilistica, giudicarono il film, un “melodramma commerciale”, strappalacrime e pieno di luoghi comuni. Difficile dire se furono influenzati da eventuali pregiudizi ideologici (il passato di Salerno da giovanissimo nella Repubblica di Salò, e la sua probabile vicinanza nella maturità, al MSI del periodo, erano note e pesavano). È vero che il film non è privo di difetti, indugia troppo su un facile sentimentalismo e appare verboso nei dialoghi; una sceneggiatura più asciutta avrebbe giovato.

Il film però è bello e fu un enorme trionfo di pubblico che con oltre otto milioni di spettatori, si posizionò come quarto incasso della stagione, superando perfino il successo di “Love Story”. Il film ricevette anche due David di Donatello e due Nastri d’Argento.


Gianluca Donati è appassionato di cinema, vanta una collezione di circa 3mila film in particolare di Michelangelo Antonioni, Ingmar Bergman e Federico Fellini. Lettore instancabile e amante della politica.

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