Ciak Vintage. “Mamma Roma”, indimenticabile Anna Magnani

Uno dei film più intensi e drammatici dell'attrice romana

per ciak vintage Mamma Roma con un'indimenticabile anna magnani
Anna Magnani con Ettore Garofalo
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  • di Gianluca Donati

Mamma Roma (un’immensa Anna Magnani) è una prostituta che decide di cambiare vita. Si riprende il figlio Ettore (Ettore Garofalo), affidato a una famiglia che risiede in provincia, e va ad abitare con lui in una borgata della capitale. Mamma Roma sogna per il figlio un riscatto sociale per liberarlo dalla condizione di sottoproletariato, trovandogli un lavoro rispettabile, ma il ragazzo comincia a frequentare gente poco raccomandabile, si mette nei guai e finisce in carcere, dove morirà.

Pasolini e la sua “passione cristologica”

Mamma Roma (1962) è il secondo lungometraggio – dopo “Accattone” – scritto e diretto dal regista, poeta e intellettuale marxista “eretico”, Pier Paolo Pasolini. Nonostante Pasolini fosse dichiaratamente ateo, egli era profondamente religioso e nelle sue prime pellicole tendeva a ricostruire “la Passione cristologica”, rileggendola in chiave “marxista”. La povertà, la condizione di “sottoproletariato” diventava una metafora di una tensione “laica” verso la simbologia e il significato della Passione di Cristo.

Sfiorando il blasfemo (ma stiamo parlando sempre di un linguaggio metaforico), Pasolini ricostruisce un rapporto tra Ettore e Mamma Roma che richiama al rapporto tra Gesù e la madre. La simbologia appare palese nella parte finale, quando Ettore è legato a un tavolaccio di legno ed è inquadrato in modo da evocare la figura cristica: per tre volte la cinepresa, con il dolly, scivola sopra il corpo del ragazzo accarezzandolo, per poi fermarsi inquadrandolo dai piedi, evocando così il Cristo del pittore Mantegna. I riferimenti pittorici sono evidenziati anche dall’uso di teleobiettivi che appiattiscono le prospettive.

La parabola degli umili

Il film diventa così una superba parabola sugli “umili”, schiacciati dal peso dei sogni piccolo borghesi (il miraggio del benessere), contrapposta alla “sacralità proletaria”. Come la Passione di Cristo per il Padre Onnipotente lo sacrifica e lo separa dalla madre, così la “passione laica” di Ettore per quel mondo sottoproletario e di borgata, lo conduce alla prigionia e alla morte, separandolo da Mamma Roma.

Ed è su di lei che si chiude il film, con un intenso primo piano della Magnani che osserva con gli occhi sbarrati fuori dalla finestra, dilaniata dalla disperazione della morte del figlio e tormentata dalla consapevolezza di aver fallito nel suo tentativo di elevare socialmente il figlio.

Mamma Roma dinanzi alla città bianca che ha di fronte, così diversa, contrapposta alla borgata fatta di casermoni e ruderi d’archeologia romana; uno sguardo silenzioso tra questi due mondi lontani, incomunicabili. Sebbene Pasolini fosse tecnicamente carente, egli riuscì a fare di questa sgrammaticatura uno stile poetico che contraddistinse il Pasolini “prima maniera”, ovvero quello degli anni Sessanta, grazie anche alla professionalità dei suoi collaboratori, primo tra tutti il bravissimo direttore della fotografia Tonino Delli Colli che girò con un superbo bianco e nero. Il film fu nominato al Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia.

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