Ciak Vintage: il male di vivere di “Professione reporter”

Il piano sequenza che chiude il film racchiude l'essenza dell'arte di Antonioni

Jack Nicholson in "Professione reporter"
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  • di Donatella Garramone:

David Locke (Jack Nicholson), un famoso reporter, si trova in Africa per un reportage sulla guerra civile che sta insanguinando il Paese. Un giorno, nell’hotel in cui alloggia, rinviene il cadavere di David Robertson, suo vicino di stanza. Vista la somiglianza fisica con l’uomo, Locke decide di inscenare la propria morte e di prendere l’identità dello sconosciuto, approfittando della situazione per dare una svolta ad una vita che lo fa sentire in gabbia. Il protagonista inizia così un viaggio che lo porta in diverse città e gli fa conoscere una giovane donna (Maria Schneider), anch’essa desiderosa di dare una svolta alla propria sterile esistenza e che per questo decide di seguirlo in questa avventura. Nel frattempo, Locke scopre che Robertson era un trafficante d’armi e quindi si trova a dover fare i conti con tutto ciò che questo implica.

professione reporter
Una scena tratta dal film

La trama di fondo di “Professione: reporter” (titolo originale “The Passenger”), film del 1975 scritto e diretto da Michelangelo Antonioni, è piuttosto semplice, ma ciò che fa la differenza è sicuramente il modo in cui la storia viene narrata: con la delicatezza e la precisione del regista ferrarese. Un protagonista che vuole cambiare la propria vita, l’occasione colta, l’inizio di un viaggio con una nuova identità e tutto ciò che comporta; non viene spiegato perché il protagonista voglia cambiare vita, ciò che viene trasmesso allo spettatore è il “male di vivere” che affligge David Locke, personaggio con sfumature sicuramente pirandelliane.

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Maria Schneider

Terzo film di Antonioni ambientato fuori dall’Italia e privo di attori protagonisti italiani, dopo “Blow-Up” (1966) e “Zabriskie Point” (1970), “Professione: reporter” inizia come un giallo, per poi assumere i toni di un film di avventura, un “road-movie”; alla fine, però, si distacca da tutte queste “etichette” e assume un tono maggiormente esistenzialista. Non vi sono scene particolarmente concitate, avventurose, “Professione: reporter” è pura, semplice, pulita narrazione.

Antonioni mette in scena il disagio esistenziale di un uomo, i suoi pensieri, la sua ricerca di un’identità, di una pace interiore che fatica a trovare nonostante gli sforzi. Il film si chiude con un piano sequenza di circa 7 minuti, divenuto uno dei più famosi della storia del cinema, in cui è racchiusa l’essenza dell’arte di Antonioni: lo sguardo. La macchina da presa racconta quello che succede e lo fa, ancora una volta, in silenzio.

Presentato in concorso al Festival di Cannes del 1975, “Professione: reporter” è stato inserito nella lista dei 500 migliori film della storia secondo la rivista britannica “Empire”. Un classico del cinema di Antonioni da vedere (o rivedere), con un Jack Nicholson in una veste diversa dal solito ma, come sempre, convincente.

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