Ciak Vintage. “In nome del popolo italiano” di Dino Risi

Il regista mostra una società corrotta

In nome del popolo italiano
Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi
  • di Gianluca Donati

Lorenzo Santenocito (un immenso, istrionico Vittorio Gassman) è un imprenditore (ex paracadutista, fascista), corrotto e senza scrupoli, che in seguito alla morte di Silvana, prostituta d’alto bordo, viene interrogato, come persona interessata, dal giudice integerrimo di idee marxiste, Mariano Bonifazi (un bravissimo, misurato, Ugo Tognazzi).

In nome del popolo italianoTra i due ha inizio un duello senza sconti, giuridico e ideologico. Alla fine del quale, mentre la città tripudia per una vittoria calcistica dell’Italia contro l’Inghilterra, pur d’incastrare l’odiato rivale, Bonifazi scende sul suo stesso livello, e facendo sparire delle prove che assolverebbero Santenocito, compie un atto di barbarie giudiziaria pur di punire l’imprenditore e l’intera società che ai suoi occhi appare irrimediabilmente corrotta.

È la trama de In nome del popolo italiano, commedia drammatica agrodolce di Dino Risi del 1971. Risi è stato uno dei maestri della commedia italiana (il più grande insieme a Monicelli e Scola), basti pensare a capolavori come Il sorpasso (1961) e I mostri (1963).

Con lo scorrere degli anni e l’evidente deterioramento civico dell’Italia, Risi realizzerà film sempre più cinici o drammatici (come Profumo di donna e Anima Persa). In nome del popolo italiano risentiva del clima teso e violento di quelli che passeranno come gli anni di piombo, periodo storico italiano di irriducibile contrapposizione ideologica.

Nel film si ride, ma a denti stretti, perché gli argomenti trattati sono in realtà drammatici, enfatizzati da una fotografia accuratamente adeguata dai colori desaturati, dalla scenografia di Luigi Scaccianoce e dalle musiche di Carlo Rustichelli, che qui riecheggiano reminiscenze del Nino Rota di Fellini.

In nome del popolo italianoLa sceneggiatura assolutamente perfetta di Age & Scarpelli mette a confronto due personaggi agli antipodi: la sublime maschera gassmaniana di Santenocito, cinico “mostro” italico senza scrupoli e il giudice moralista e ideologicamente inquadrato, Bonifazi.

Indimenticabile la dialettica “futurista” di Santenocito-Gassman con la sua personalissima terminologia, si pensi al primo interrogatorio, vestito da centurione romano in quanto prelevato da una festa in maschera, dove arriverà a dire: “Io amo il linguaggio aderenziale e desemplicizzato”.

Il film di Risi fu molto coraggioso e preveggente, anticipando di una ventina d’anni Tangentopoli. L’aspetto più interessante del film consiste nel delineare dei confini sfumati tra bene e male: Santenocito è, di fatto, un uomo cinico e un imprenditore corrotto, ma alla fine finisce per essere punito per un reato infame, l’omicidio, di cui egli è innocente.

In nome del popolo italianoBonifazi viceversa, è un giudice idealista, che poiché non può incastrare Santenocito per le sue colpe politiche e imprenditoriali precedenti, decide di colpirlo per un reato non commesso. A parte i dialoghi impeccabili, ci sono scene indimenticabili, come quella nella quale Santenocito e Bonifazi parlano tra loro, seduti su un tronco d’albero abbandonato su una spiaggia piena di rifiuti e scarti industriali, in un’atmosfera grigiamente autunnale e piovosa; o il finale, quando Santenocito shockato dall’iniquo verdetto giudiziario, impazzisce e viene rinchiuso in un manicomio criminale (qui Gassman supera se stesso nella maestria interpretativa). Mentre Bonifazi apprende dal diario della giovane defunta, la prova dell’innocenza di Santenocito; Bonifazi appare combattuto tra far sparire le prove che discolpano l’imprenditore e l’applicazione della legge.

Dopo un attimo di esitazione, il giudice decide per la seconda scelta, ma all’improvviso la nazionale italiana di calcio vince un’importante partita contro l’Inghilterra e i tifosi si riversano nelle strade tra urla e atti di teppismo come un’orda di barbari selvaggi. È in quel preciso istante che Bonifazi vede in tutti gli italiani, il volto del nemico Santenocito e, disgustato, decide di distruggere il diario della ragazza.

Sbagliano coloro che leggono il film come una contrapposizione tra bene (Bonifazi) e male (Santenocito), in quanto, Risi, in tempi politicamente accesi dal fervore ideologico (anni Settanta), ebbe il coraggio di rappresentare il male in tutte le sue diverse sfaccettature, quella cialtrona di Santenocito e dell’italiano medio (esemplificato anche dalle scene del palazzo di giustizia vicino al crollo, come metafora del collasso dell’etica civica della nazione), e quella moralistico-giustizialistica di Bonifazi che alla fine fa prevalere il suo odio ideologico verso “il nemico”, sul rispetto ossequioso della giustizia.

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