Ciak Vintage. “Edward mani di forbice”, favola sulla diversità

È il film più “personale” e autobiografico di Tim Burton

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Johnny Depp è Edward mani di forbice
  • di Gianluca Donati:

In un castello gotico e fatiscente in cima a una collina, vive in assoluta solitudine Edward (Johnny Depp), ragazzo artificiale creato da uno scienziato (Vincent Price) che, morendo lo ha lasciato solo e incompleto: ha delle enormi forbici taglienti al posto delle mani. A farlo uscire dall’oscurità, è Peggy (Dianne Wiest), una signora dall’animo gentile, casualmente in visita al castello, che lo porta a vivere in casa sua con la sua famiglia, e cerca di farlo entrare in società. Edward si rivela giardiniere e parrucchiere di straordinaria bravura, ma paradossalmente incapace delle cose più semplici come afferrare una forchetta o accarezzare un viso senza ferirlo. Inizialmente accolto dalla comunità del sobborgo benevolmente (più per morbosa curiosità che altro), in seguito ad una serie di circostanze, finirà alla fine per suscitare l’odio della gente. A complicare tutto, il sincero e profondo sentimento d’amore che Edward prova per Kim (Winona Ryder), la figlia di Peggy, che dopo un’iniziale reticenza, ricambia con sincerità il suo sentimento. Ma alla fine Edward sarà costretto a fuggire e rifugiarsi di nuovo nel suo castello e dopo un bacio d’addio, Edward e Kim si lasciano.

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Edward (Johnny Depp) e (Vincent Price)

Edward mani di forbice” (Edward Scissorhands) di Tim Burton del 1990, è uno dei film che io amo di più in assoluto, e nonostante fu un successo modesto al botteghino, è certamente il miglior lavoro della carriera del regista, segnando l’inizio della collaborazione tra Burton e Johnny Depp. Si tratta di una delicata favola moderna, fra atmosfere e tematiche che oscillano tra il dark e l’emo; una storia dallo sfondo romantico e drammatico che narra il triste destino che la gente cosiddetta “normale”, riserva a chiunque sia “diverso”.

La narrazione descrive in modo caricaturale e stereotipata la provincia americana e la tipica famiglia tradizionale che vi vive; un ambiente sociale e familiare che lo stesso Burton aveva vissuto con insofferenza. Come spesso accade con i film di Burton, il regista mescola elementi e stili cinematografici degli anni cinquanta, sessanta e ottanta, al punto che diventa impossibile collocare temporalmente la storia.

“Edward mani di forbice” è il film più “personale” e autobiografico della carriera di Burton e racconta l’infanzia e l’adolescenza del regista, i suoi sentimenti d’isolamento e d’incapacità di comunicazione con le persone, e la sua difficoltà ad avere amicizie. Burton affidò a Caroline Thompson il compito di scrivere la sceneggiatura, e nel film possono essere colte influenze dal romanzo inglese “Frankenstein” di Mary Shelley, dalla leggenda francese de “La bella e la bestia”, “Il fantasma dell’opera” di Gaston Leroux, “Il gobbo di Notre-Dame” di Victor Hugo, e dei miti cinematografici di “King Kong” e de “Il mostro della laguna nera”.

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Edward e Kim (Winona Ryder)

Attraverso un racconto personale però, Burton e Thompson realizzano una grande metafora sulla diversità: Edward è il diverso per eccellenza; una diversità non solo fisica, ma anche e soprattutto, interiore. Una diversità che inizialmente suscita la curiosità dei vicini, ma che poi si trasforma in diffidenza e infine in ostilità e odio nei suoi confronti. La diversità spaventa, ma questa paura nasce dal pregiudizio, infatti, Edward è in realtà una persona estremamente buona, incapace di far male a chiunque e dotato di una sensibilità estrema. Curiosamente Kim compie un percorso rovesciato rispetto a quello degli altri, infatti, ella che inizialmente appare riluttante nei suoi confronti, quando scopre la sua anima interiore, gli si affeziona fino addirittura a dichiarargli il suo amore.

Il confronto tra diversità/normalità, è evidenziato anche esteticamente, dove Burton e lo scenografo Bo Welch, scelgono come location, un generico sobborgo pianeggiante e per renderlo più banale possibile, decidono di dipingere tutte le case, ciascuna di un diverso colore pastello sbiadito. Su questa cittadina di provincia, si erge la collina con in cima il castello gotico, dove vive solitario Edward.

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La montagna con il castello

Il castello è oscuro e in rovina, quindi incompleto, come incompiuto è Edward mancante di mani. La luce e i colori contrapposti all’oscurità e alle geometrie asimmetriche ed espressionistiche: due mondi inconciliabili, dove però il mondo dark di Edward apparentemente pauroso, finisce per risultare più genuino e amabile che quello ipocrita ed egoista della periferia sottostante.

L’interpretazione degli attori è ottima, a cominciare dalla performance di Depp nel ruolo forse più celebre della sua carriera, (coadiuvato dal trucco), e quella del grande Vincent Price (idolo di Burton), qui alla sua penultima interpretazione. Dolcissima la colonna sonora di Danny Elfman, che aveva già collaborato precedentemente con il regista; una delle sue composizioni più riuscite (in particolare “Il Ballo di Ghiaccio”). Il film fu acclamato dalla critica, mentre l’incasso deluse le attese della produzione, ma ottenne una rivincita grazie al mercato VHS, e con il tempo il film diventerà un cult per i fans di Burton e del cinema goth.

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