Ciak Vintage. “Amici Miei” tra scherzi e zingarate

Uno dei più celeri e più riusciti film di Mario Monicelli

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  • di Gianluca Donati

Le zingarate, gli scherzi, la supercazzola, i cori, il genio; un cocktail indimenticabile di risate amare, cinismo e comicità corrosiva che fa di Amici miei un vero capolavoro della commedia all’italiana.

Cinque inseparabili amici fiorentini sulla cinquantina, sfogano le loro frustrazioni con scherzi a danno del
prossimo, come reazione alle minacce esistenziali dell’ambiente lavorativo e familiare, nel tentativo di
esorcizzare la paura della vecchiaia e della morte.

Il conte Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi) è un nobile decaduto che vive ospite dagli amici o in uno squallido scantinato. Giorgio Perozzi (Philippe Noiret) è un capo redattore di cronaca biasimato per la sua immaturità dal figlio serioso, e separato dalla moglie a causa delle sue ripetute infedeltà coniugali. Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), è un architetto eternamente alla ricerca di una donna. Guido Necchi (Duilio Del Prete), gestisce con la moglie Carmen un bar con sala biliardo, luogo d’incontro del gruppo di amici. Un giorno i quattro, rimasti feriti dopo una delle loro “zingarate”, finiscono ricoverati nella clinica del professor Alfeo Sassaroli (Adolfo Cieli).

I quattro con le loro burle mettono in subbuglio l’intera clinica. Durante la degenza, Melandri finisce per innamorarsi di Donatella, la moglie del primario Sassaroli, il quale cede volentieri la moglie al rivale e si unisce al gruppo. Da allora i cinque si divertono insieme a fare scherzi, a volte anche crudeli: schiaffeggiando dalla pensilina i viaggiatori di un treno in partenza, o si fingengono dei tecnici stradali che decidono l’abbattimento di case e chiese in uno sperduto paesino, oppure spacciandosi per un’improbabile banda di gangster implicata nello spaccio della droga coinvolgendo il pensionato Nicolò Righi (Bernard Blier).

Dopo l’ennesima zingarata, i cinque amici stanchi e annoiati tornano a casa a notte fonda. Il Perozzi va a letto rievocando malinconicamente le loro avventure, quando è colto da un infarto. Vengono chiamati gli amici e il prete per l’estrema unzione, ma Perozzi, in fin di vita, si beffa anche del sacerdote esibendosi con una supercazzola come confessione, e infine muore, nell’indifferenza totale della moglie e del figlio.

Durante il funerale giunge improvvisamente Righi ancora convinto che il gruppo sia una banda criminale, e i quattro amici improvvisano l’ennesimo scherzo, facendoli credere di aver ucciso loro Perozzi per un suo tradimento. Righi ci crede, e i quattro sghignazzano amaramente tra le lacrime.

L’idea del film fu di Pietro Germi che avrebbe dovuto realizzarlo, ma non gli fu possibile a causa del sopraggiungere della malattia che ne provocò il decesso nel 1974, ed è per rendergli omaggio che nei titoli di testa della pellicola, appare la scritta “un film di Pietro Germi”, e solo successivamente “regia di Mario Monicelli”.

Amici miei (1975) è uno dei più celeri e più riusciti film di Monicelli, padre della commedia italiana, ed ebbe due seguiti: Amici miei – Atto II° (1982) sempre di Monicelli e Amici miei – Atto III°, dove la regia passò a Nanny Loy. Il secondo atto della trilogia spinge maggiormente sulla comicità rendendo il sequel forse anche più divertente, ma ciononostante, non all’altezza del livello del primo episodio, mentre il terzo film è qualitativamente assai più scadente. L’equilibrio tra comicità e drammaticità in questa prima pellicola, resta di un’inarrivabile perfezione. Non a caso Amici miei, oltre a essere campione d’incassi assoluto della stagione 1975-76, vinse due David di Donatello, tre Nastri d’argento e un Globo d’oro. Inizialmente il ruolo del Mascetti era stato proposto a Marcello Mastroianni, il quale rifiutò perché convinto che nei film corali la sua performance fosse solitamente sempre superata dai colleghi, e così la parte fu proposta prima a Raimondo Vianello (che diede anche lui forfait) e infine affidata a Ugo Tognazzi che inizialmente avrebbe invece dovuto ricoprire il ruolo del giornalista infine interpretato da Philippe Noiret.

Per la realizzazione del film, gli sceneggiatori si sono ispirati a fatti reali risalenti agli anni ’30, quando a
Castiglioncello (Livorno), cinque ragazzi combinavano le celebri “zingarate”. Anche la famosa supercazzola
era ispirata a una persona che la eseguiva realmente alla perfezione. Molte le scene entrate nell’immaginario collettivo, prima fra tutte la celebre sequenza sopracitata, nella quale vengono presi a schiaffi i passeggeri del treno in partenza.

Ma l’apice è il finale, al funerale del Perozzi, dove i quattro amici sono al seguito del feretro del compagno perduto, ammutoliti di fronte alla morte più forte del loro cinismo, e all’improvviso una geniale battuta istintiva, scatena una risata che da l’illusione di essere più forte della morte stessa, e assieme alle risa sgorgano le lacrime, lacrime amare eppure liberatorie, una perfetta sintesi tra il riso e il pianto, catarsi e afflizione, mentre salgono le note della bellissima e triste colonna sonora di Carlo Rusticali che fa da contrappunto alle risa, e riecheggia la frase di Mascetti che è summa di tutto il film: “Ma poi è proprio obbligatorio essere qualcuno?”.

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