Carmelo Bene e il suo teatro del dire

Forte il suo disprezzo per certa critica teatrale

carmelo bene
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  • di Gianluca Donati:

Carmelo Bene (1937 –2002), è stato un attore, regista, drammaturgo, scrittore e poeta italiano, che ha lavorato in teatro, cinema e TV. La sua discussa e controversa figura, spesso oggetto di clamorose polemiche, ha diviso critica e pubblico fin dagli esordi: considerato da alcuni un affabulante ingannatore e un presuntuoso “massacratore” di testi, per altri Bene è stato uno dei più grandi attori del Novecento. Dalle dichiarazioni di Bene risulta evidente il suo disprezzo per certa critica teatrale, da lui ritenuta “piena di parvenus”.

La lotta di Bene si rivolge contro il naturalismo e la drammaturgia borghese, contro le classiche visioni del teatro. Rivendica l’arte attoriale innalzando l’attore da mera maestranza, ad artista-personificazione assoluta del complesso teatrale. Il testo, poiché nato dalla penna di uno scrittore spesso avulso dal problema del linguaggio scenico, non può essere interpretato: esso deve necessariamente essere ricreato dall’attore.

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Carmelo Bene in “Salomè”

Carmelo Bene è contro il teatro di testo, per un teatro da lui definito “scrittura di scena”, un teatro del dire e non del detto. Fare “teatro del già detto” sarebbe un ripetere a memoria le parole di altri senza creatività. Bene distrugge l’Io sulla scena, l’immedesimazione in un ruolo, a favore di un teatro del soggetto-attore. Definito Attore Artifex, cioè attore artefice di tutto, stesso preferiva definirsi, con un neologismo, una “macchina attoriale“: autore, regista, attore, scenografo, costumista. In questo Grande Teatro agisce, o meglio, viene agito il non-attore o la macchina attoriale (conseguenza del grande attore), non vi è rappresentazione e rappresentanza, divisione dei ruoli, messaggio più o meno sociale, psicodrammaticità. Per questo sentiamo Bene sempre parlare di dis-fare e non di fare (teatro o altro), di di-scrivere e non di scrivere o descrivere, di non-attore e non di attore, di non-luogo, di assenza e non di presenza, di irrappresentabile e non di rappresentabile o rappresentazione, di assenza di ruoli, di togliere di scena e non di mettere in scena, di essere agiti e non di agire, di esser detti e non di dire, ecc.

La maggior parte degli studiosi concordano sul fatto che questa revisione totale del teatro (riferita al suo linguaggio, al modo, alla forma e alla sua stessa essenza), consente a Bene di essere annoverato fra gli “attori” di genio e non di talento. Il depensamento è, semplificando, l’opposto del pensare, non riconoscer-si (simile al neti neti dello yoga) né a questo né a quello. Qui subentra ovviamente anche il discorso dell’interferenza del potere del linguaggio e del linguaggio del potere costituito, a cui si è assoggettati. Così come non si è nati per propria volontà, similmente si è succubi del linguaggio che dispone di noi, e di cui non ne disponiamo attivamente.

carmelo beneAnche le parti dialogate nel teatro di Carmelo Bene si svolgono in forma di monologo, con la conseguente perdita del senso del dialogo o del discorso. Si perde altresì il senso della direzione. Nel teatro di Bene è del tutto inutile e poco proficuo cercare il senso, la direzione, il significato o ancor peggio il messaggio, poiché si è sempre in balia dei significanti. Bene avverte nella coscienza dell’essere e dell’esserci una forma di strabismo che ci identifica in ciò che in effetti non siamo e non possiamo mai essere. Il suo motto a tale proposito potrebbe essere, parafrasando la massima cartesiana, “non esisto: dunque sono“.

I suoi strali sono lanciati con rabbia anche contro la cultura (che per definizione è di Stato), il museo o il mausoleo, l’imbellettamento dei classici, le commemorazioni, la famiglia, ecc. Bene ha sempre rifiutato “qualsiasi funzione di mediazione alla critica”, al di là del metodo usato, della sua obiettività, accondiscendenza o buona fede. Secondo Piergiorgio Giacché, «Carmelo Bene nega da sempre al critico-giornalista (e perfino al critico-studioso, che per lo più resta fastidiosamente esterno all’opera) una reale cittadinanza».

Il disprezzo da lui riservato alla critica teatrale e al giornalismo dei “gazzettieri”, è proverbiale. Fin dall’esordio e per diversi anni, Bene fu stroncato o ignorato dalla critica e dai mass-media italiani. Specialmente nel periodo iniziale della sua carriera, non è affatto raro che critici e giornalisti si accaniscano contro i presunti abusi perpetrati da Bene ai danni del buon costume e dei luoghi comuni. L’opera Salomè del ’64 aveva un cast di attori formato prevalentemente da carcerati o ex-galeotti, soprannominata compagnia di Regina Coeli.

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