Anni 60-70: quando la censura italiana colpiva le canzoni

Da Modugno a Morandi, passando per Mina e Lucio Dalla, nessuno scampò

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  • di Stefano Lucarelli:

Oggi parliamo di censura italiana legata al mondo della musica. Sono state infatti tante le canzoni che, nel corso degli anni e per vari motivi, sono state censurate. Vediamo qualche esempio soprattutto riguardante i decenni 60/70, particolarmente colpiti dai censori.

Il Trio Lescano

Iniziamo però da qualche anno addietro, per la precisione dall’epoca fascista quando addirittura canzoni innocue come “Silenzioso slow” e “Tuli-pan” ebbero il divieto di essere trasmesse in radio. La prima, conosciuta anche con il titolo di “Abbassa la tua radio”, venne accusata dall’Eiar (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) di essere un invito all’ascolto di Radio Londra; la seconda, versione italiana della americana “Tulip time”, era cantata dal Trio Lescano, ovvero tre sorelle di origine ebrea che furono accusate di inviare al nemico messaggi in codice.

Nel dopoguerra venne istituita la Commissione d’Ascolto della Televisione italiana che aveva il compito di oscurare canzoni che contenevano più o meno esplicitamente riferimenti al sesso, alla politica, alla chiesa. Fu così che, nel 1955, venne censurata “la Pansé” portata al successo da Renato Carosone, perché accusata di ammiccamenti sessuali. Due anni dopo la censura colpì anche Domenico Modugno: la sua “Resta cu’mme“, venne incriminata a causa di una frase riferita alla verginità della donna: “Nun me ‘mporta d’o passato, nun me ‘mporta chi t’ha avuto…”.

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La copertina del disco di Mina

Una censura tutta politica fu quella che subì, nel 1966, “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones“, che Mauro Lusini e Franco Migliacci scrissero per Gianni Morandi. Il motivo della condanna di questa canzone?: “Come si può permettere ad un autore di musica leggera italiana di criticare la politica estera di un paese amico come gli Stati Uniti?”. Nello stesso anno la bellissima canzone di MinaSe telefonando” subì una “correzione”: a un certo punto recitava “le tue mani sulla mia”. Ovvio che l’autore del testo, Maurizio Costanzo, intendesse “la mia mano”, ma i censori chissà cosa andarono a pensare e il verso fu cambiato in “le tue mani sulle mie”.

Nel 1967 la canzone portata al successo dai Ribelli di Demetrio Stratos e scritta dal duo Beretta/Gianko, “Pugni chiusi” aveva il suo titolo originale al singolare, “Pugno chiuso”. Per opportunità politica venne cambiato come tutti lo conosciamo. Un caso eclatante di censura fu quello che subì nel 1968 la canzone di Francesco Guccini, portata al successo da I Nomadi, “Dio è morto“: la sua interpretazione fu inizialmente del tutto mal interpretata, ma dopo un po’ di tempo, anche perché terminando con un inno alla speranza, “Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge/ in ciò che noi crediamo Dio è risorto” fu riabilitata, tanto da essere trasmessa perfino dalla Radio Vaticana.

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Copertina di “Questo piccolo grande amore”

Nel 1971 Lucio Dalla fu costretto a cambiare la sua “4 marzo 1943“. Infatti, dove originariamente cantava “e ancora adesso che bestemmio e bevo vino / per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino”, venne modificato nel più innocuo “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”. Anche all’inizio questa canzone subì un cambiamento imposto dalla censura: “giocava alla Madonna con un Bimbo da fasciare” giudicato irriverente, fu modificato in “giocava a far la donna, con un bimbo da fasciare”. Nel 1972 Claudio Baglioni si vide costretto a cambiare un verso di “Questo piccolo grande amore“, ovvero “la paura e la voglia di essere nudi”. Questo verso per la RAI del tempo era un po’ troppo, e la frase incriminata fu modificata con “la paura e la voglia di essere soli”.

Bella senz’anima“, del 1974, primo grande successo di Riccardo Cocciante, subì gli strali del censore che fece cambiare “e quando a letto lui ti chiederà di più” in ” e quando un giorno lui ti chiederà di più”. L’anno dopo Mina si vide imporre il cambiamento del titolo di “L’importante è venire” che divenne “L’importante è finire”. Nel 1978 censuratissima fu la canzone, straconosciuta (e stracantata) dai ragazzi di quel periodo, “Una storia disonesta” di Stefano Rosso, per il suo verso che recitava: “Che  bello, due amici una chitarra e uno spinello”. Accesso negato nelle emittenti di Stato, ma nel frattempo erano nate le radio libere e iniziarono tempi duri… per la censura.

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