Al Teatro 4 Mori un “Malato immaginario” essenziale e senza orpelli che punta al messaggio di Molière

E lo spettatore si chiede se "potrà l'uomo ritrovare se stesso?"

Foto: Monia Pavoni
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Pubblicato ore 18:07

  • di Simonetta Del Cittadino

LIVORNO – C’era molto Beckett ieri sera, 22 aprile, nella versione de “Il malato immaginario”, interpretato e diretto da Riccardo Rombi, come se l’ipocondriaco di Molière e i personaggi straniati del drammaturgo irlandese si fossero dati appuntamento sul palco dei 4 Mori (spettacolo che ha visto la collaborazione della Compagnia degli Onesti e del Nuovo Teatro delle Commedie). E del resto Hamm (il protagonista di “Finale di partita” di Beckett) e Argan (il “malato immaginario” di Molière) cercano ambedue di dare un senso a una vita che li imbriglia e che non li ama e che spesso li costringe a vivere nell’infelicità.

Un’immagine dello spettacolo di ieri sera. Foto: Simonetta Del Cittadino

Argan si è costruito una gabbia fatta di medicinali, prescrizioni, rimedi, salassi e clisteri, un riparo in cui non entrano le relazioni con gli altri che costituiscono un pericolo, perché “vivere” per lui vuol dire mettersi in gioco e soffrire e, in questo suo mondo così ostile, è allora meglio prendere un lassativo piuttosto che ascoltare la voce del buon senso di Toinette e Berardo, è preferibile purgare il sangue piuttosto che vedere l’ipocrisia della moglie Belina, del notaio e di altri parassiti che gli stanno intorno; gli amori della figlia lo stancano e poi, lui così malato, ha bisogno di un genero medico che potrà occuparsi e dei suoi fantomatici mali giorno e notte.

Foto: Monia Pavoni

Il messaggio di Molière, vecchio di quasi quattro secoli, non potrebbe essere più attuale: ora come allora l’uomo rifiuta il raziocinio per rifugiarsi in un mondo virtuale che prima era costellato da farmaci, oggi da false
informazioni, da messaggi virtuali che allontanano l’uomo da ogni tipo di verità e distorcono la sua visione del mondo.

La trasposizione di Riccardo Rombi, scarnificata e privata di ogni orpello anche scenografico, arriva al nocciolo del messaggio di Molière dove gli attori, ridotti anch’essi all’essenziale, agiscono sul palco come personaggi
straniati e grotteschi, dando importanza a pause e gesti degni del più classico teatro dell’assurdo: non agiscono da dentro, ma oggettivamente presentano al pubblico la loro versione, chiamando così a testimoni gli
spettatori che in qualche modo e soprattutto in questo tempo vivono il loro stesso dramma perché tutti sperano di potersi riappropriare di un “un umano perduto”.

Foto: Monia Pavoni

Tutti bravi e convincenti i giovani attori chiamati a un compito difficile; molto efficaci i movimenti scenici e le suggestive luci. Un plauso particolare a Gabriele Savanese che in rigoroso abito dell’epoca, ha accompagnato con la sua chitarra tutta l’azione scenica, sottolineandone i momenti più salienti.

Sul palco: Riccardo Rombi, Giorgia Calandrini, Giovanni Negri, Dafne Tinti, Marco Mangiantini.

Finisce con una domanda la stagione dei 4 Mori di Emanuele Barresi, “Potrà l’uomo ritrovare se stesso?”, ”Non ci sarà pericolo a fingere di essere morto” dice Molière? “Non c’è niente di più comico dell’Infelicità”, risponde Beckett.

E così continua il cammino dell’uomo che nel teatro, in questo teatro trova la sua più bella rappresentazione. Noi facciamo intanto gli scongiuri per riavere al più presto un’altra feconda stagione con i teatri esauriti.

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