Al cinema: “Siccità”, la recensione del nuovo film di Paolo Virzì

Nelle sale dal 29 settembre

Il cast. Credits La Biennale di Venezia. Foto ASAC. ph. G. Zucchiatti
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Pubblicato ore 14:00

  • di Glauco Fallani

A quattro anni da “Notti magiche” (2018), atteso dai più, dopo una prima presentazione alla settantanovesima Mostra del cinema di Venezia, è arrivato anche nella nostra città “Siccità” l’ultimo lavoro di Paolo Virzì.

Un film anomalo rispetto alla filmografia del regista livornese, ma non per questo meno interessante di quelli che lo hanno preceduto. Personalmente li ho amati e continuo ad amarli tutti, li vedo e rivedo senza quasi poterne fare a meno quasi soggiogato fin dai primi fotogrammi che intravedo nelle varie riproposizioni televisive.

Il Tevere in secca. Foto: Biennale Venezia

Così il 22 settembre alla prima proiezione in anteprima al The Space non potevo che essere presente (la data di uscita nelle sale è fissata ufficialmente per il 29 settembre). La pellicola è costellata dalla partecipazione di tanti bravi attori italiani che, ben diretti dal regista, recitano con gran naturalezza. Questi danno vita a personaggi credibilissimi che ruotano attorno all’arido letto di un Tevere completamente senza acqua.

Siamo a Roma, da ben 367 giorni non piove e la penuria idrica la fa da padrona in ogni dove. Ciò nonostante i più continuano a trascinarsi avanti sul filo di quel che era stata la propria “amara” vita precedente, cercano con le unghie e con i denti di essere normali. Magari si mostra agli ospiti con orgoglio la propria bella casa e poco importa se sul lussuoso pavimento in marmo di Carrara prolificano e si muovono blatte dappertutto. Ma quanto potrà durare? Gli insetti diffondono un’epidemia che in breve riempie gli ospedali, i benestanti cercano di isolarsi nei loro habitat ancora confortevoli, gli altri si vedono costretti a mettersi in fila per avere un po’ d’acqua per il fabbisogno giornaliero e cercano colpevoli tra i più deboli.

“Veniamo dal liquido amniotico e aspettiamo di tornarci. Sulla Terra siamo solo in prestito” bofonchia l’idrologo che proprio in quei giorni sta costruendo la propria personale fortuna televisiva durante una conversazione privata con la sempre bella Monica Bellucci.

Monica Bellucci. Foto: G. Fallani

La Roma che conosco, la città dalle mille fontanelle dove quasi ad ogni angolo, se vuoi, puoi dissetarti a volontà (nasi vengono chiamate confidenzialmente) è tutta un’altra cosa e vederla così ha suscitato in me grande tristezza.

La scena più coinvolgente dal punto di vista emotivo? Senza ombra di dubbio i fotogrammi che mostrano il bravissimo Silvio Orlando (Antonio) attraversare da una parte all’altra l’arido letto del Tevere per portarsi sulla sponda opposta alla ricerca di congiunti dai quali le circostanze lo hanno da anni separato: qualche cinghiale che “pascola” nella desolazione e sullo sfondo un solido ponte che praticamente risulta ormai inutile.

Silvio Orlando. Credits: Greta De Lazzaris

Insomma: anche questo, un bel film che, come gli altri del regista livornese, merita di essere visto anche più volte. E se risulta ben diverso da tutti quelli che nella sua filmografia lo hanno preceduto, poco male. A che cosa si deve attribuire un tale cambiamento? È Virzì stesso ad averlo più volte dichiarato, riporto di seguito quel che ha detto in un recente incontro a “La Bella Estate” a Villa Maria al quale ha partecipato con la moglie Micaela Ramazzotti: “La gestazione del film si è sviluppata durante il periodo che abbiamo tutti vissuto durante l’isolamento dovuto alla recente pandemia. Nel momento in cui le strade delle nostre città si sono fatte deserte e ognuno era chiuso a casa propria, ci è venuto naturale interrogarci su quello che sarebbe potuta essere la nostra vita dopo. Connessi l’uno con l’altro attraverso schermi e telefonini, abbiamo iniziato a fantasticare su un nuovo lavoro da dipanare secondo la tecnica del film corale. Un lavoro ambientato in un prossimo futuro, di fantasia e ancora da venire ma non così distante dai giorni che in quei momenti tanto atipici stavamo vivendo”.

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