Ciak Vintage: “Rashōmon”, aspra critica del genere umano

Con questo film Kurosawa ha fatto conoscere il cinema giapponese all'Europa

rashomon
Un'immagine tratta dal film "Rashōmon"
  • di Donatella Garramone:

Il classico che proponiamo questa settimana per la rubrica “Ciak Vintage” è “Rashōmon” di Akira Kurosawa, film giapponese del 1950. Nei titoli di testa della versione italiana distribuita nell’anno di uscita, il titolo è “Rasciomon”. Il termine significa letteralmente “la porta nelle mura difensive” e Rashōmon era uno dei due principali accessi alla città di Kyōto, in Giappone. La pellicola si ispira principalmente al racconto “Nel Bosco” di Ryūnosuke Akutagawa del 1922, integrato con estratti di “Rashōmon” (1915), racconto breve dello stesso autore.

Rashōmon
Una locandina del film

Il film di Kurosawa ha avuto il merito di far conoscere il cinema giapponese in Europa, nonché di far emergere il grande talento dell’attore Toshirō Mifune, che interpreta il brigante Tajōmaru. L’azione si svolge a Kyōto, nel periodo Heian (VIII-XII secolo), in una giornata di pioggia molto fitta, durante la quale un boscaiolo, un monaco e un passante si rifugiano sotto la porta in rovina della città e iniziano a parlare di un fatto increscioso avvenuto qualche tempo prima: l’uccisione di un samurai, Takehiro Kanazawa (interpretato da Masayuki Mori).

La storia viene raccontata in prima persona, tramite dei lunghi flashback, da quattro diversi testimoni, al cospetto di quello che si ipotizza essere un giudice o un poliziotto, ma che non viene mai mostrato; le testimonianze si susseguono in un tribunale all’aperto ed è come se i personaggi si rivolgessero direttamente allo spettatore, raccontando la loro versione dei fatti. I quattro testimoni sono la moglie del samurai (interpretata da Machiko Kyō), il brigante Tajōmaru, il boscaiolo e la stessa vittima, attraverso una medium. Ognuno di essi racconta una storia che per certi versi coincide con le altre, per altri se ne distacca totalmente. Ogni singola versione dei fatti viene presentata come se fosse la realtà oggettiva, difatti la storia non viene quasi mai mostrata in soggettiva; con l’inizio di una nuova testimonianza, però, lo spettatore è costretto a mettere in dubbio ciò che ha visto e sentito fino a quel momento.

Rashōmon
L’attore Toshirō Mifune

Il film si svolge in tre spazi: la porta in rovina, con cui si apre e si chiude la narrazione, il bosco, vero e proprio spazio dell’azione, luogo in cui è avvenuto il delitto, e infine il cortile, il tribunale, in cui il testimone, seduto in basso, si rivolge a qualcuno più in alto chiamato ad ascoltare e a decidere chi punire. Con questa pellicola, Akira Kurosawa ha voluto fare un complicato discorso sulla verità, evidenziando quanto essa sia relativa e quante sfaccettature possa avere.

“Rashōmon”, inoltre, è un’aspra critica nei confronti del genere umano; la figura del monaco, infatti, è stata inserita con lo scopo di dare un insegnamento morale: egli è sconvolto dalla capacità che gli uomini hanno di mentire e di interessarsi solo a sé stessi. La critica alla disgregazione morale dell’essere umano, dedito solo ai propri interessi, è simboleggiata proprio dal luogo in cui inizia e finisce il film: la porta in rovina della città. Il film vinse un Premio Oscar nel 1952 come Miglior Film Straniero e ottenne una nomination come Miglior Film ai BAFTA del 1953.

Nel 1964 venne realizzata una versione hollywoodiana del film, in chiave western, dal titolo “L’oltraggio”, diretta da Martin Ritt e interpretata, tra gli altri, da Paul Newman. In Italia, invece, nel 1969, Mario Bava ne girò una versione in chiave comico-erotica, intitolata “Quante volte… quella notte”. “Rashōmon” è sicuramente un ottimo punto di inizio per chiunque desideri approcciarsi al cinema giapponese.

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