13 Reasons Why, la serie evento che racconta il bullismo

Abbiamo visto la serie: cosa ci è piaciuto e cosa no... ecco le nostre ragioni

13 REASONS WHY
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Un’anonima cittadina americana di provincia. Una scuola superiore satura di vittime e carnefici. Tredici nastri registrati. E una diciassettenne che si uccide. Questi sembrano essere gli ingredienti vincenti di Thirteen reasons why, serie-evento di Netflix creata da Brian Yorkey e prodotta nientemeno che da Selena Gomez, ex starlette di Disney Channel US, contemporanea pop star idolatrata dai teenager di tutto il mondo.

Hannah Baker interpretata da Katherine Langford

Liberamente tratta dal romanzo di Jay Asher, la serie è stata inserita sulla piattaforma il 31 marzo 2017 e ha quasi immediatamente riscosso un enorme successo, addirittura viene promosso come visione nelle scuole medie e superiori.

Ma cos’è davvero 13 Reasons Why (Tredici)?

Le citate 13 ragioni sono, appunto, i 13 motivi per i quali Hannah Baker, adolescente apparentemente serena e felice, deciderà di tagliarsi le vene e morire dissanguata a soli diciassette anni. Ogni ragione, una persona: ed è così che, attraverso 6 audiocassette, il mondo di Hannah sale in superficie, tuttavia silenziosamente, attraverso l’ascolto intimo del suo amico Clay. Nei nastri Hannah racconta mesi e mesi di abusi, di prese in giro, di delusioni, ferite, fino a toccare temi complessi e dolorosi come lo stupro.

13 motivi, altrettante persone: Justin, il primo amore, Jessica, la prima amica che la tradirà, Bryce, Tyler, e così via. La serie è in tutto e per tutto un prodotto indirizzato alla fascia degli adolescenti e dei post adolescenti ed è, in prima battuta, un prodotto davvero ben confezionato: soundtrack perfetta, montaggio che ti trascina fino alla fine dell’ultimo episodio. Le mie critiche si concentrano, dunque, sul contenuto della serie e sulla caratterizzazione dei personaggi.

Clay Jensen interpretato da Dylan Minnette

Innanzitutto la protagonista: Hannah. L’ho trovato un personaggio stereotipato, freddo, creato appositamente per mostrare “come non comportarsi davanti ad un atto di bullismo”. Lo stereotipo colpisce anche il co-protagonista, Clay Jensen: nerd, innamorato di una ragazza incomprensibile all’apparenza. Antagonisti segnati della serie: i giocatori di football, come nel peggiore film americano anni ’90 e le ragazze “celebri”. Tutti mostri senza crepe, illeggibili, senza alcun punto, non perché provengono dalla “verità di Hannah Baker” ma perché non ci viene data la possibilità di comprendere, capire, vedere.

Inoltre, il messaggio da veicolare (“Bullismo e cyber bullismo vanno denunciati”) viene continuamente e clamorosamente messo in discussione, ad esempio nella scena in cui Clay condivide una fotografia di Tyler nudo, “ripagandolo” con la stessa moneta, quella dello stalker e della vergogna. Lo trovo un errore banale e decisamente pericoloso, soprattutto pensando al target di riferimento.

Dal punto di vista registico, nessuna inquadratura o movimento di macchina degno di nota, elemento non in secondo piano, oramai, anche e soprattutto se si parla di serie tv. La scena del suicidio è innegabilmente forte, ma semplicemente per il fatto di mostrare (in camera fissa e a debita distanza) la morte di una ragazza alla fine di un percorso di tremende sofferenze.

Inoltre, l’elemento che più ha, a mio parere, inciso sulla percezione finale del prodotto è stata fondamentalmente l’apertura sul finale. La morte di Hannah viene sbrigativamente quasi messa in secondo piano, il colpo di pistola che Alex Stendall si spara dimenticato, utilizzato semplicemente come espediente narrativo per una quasi certa seconda stagione.

Se boccio quasi completamente la serie, promuovo a pieni voti una delle iniziative promozionali che Netflix ha messo in atto per 13, vale a dire l’invito esteso ai principali teen influencers a raccontare 13 episodi in cui si sono sentiti vittime di bullismo di ogni tipologia: al di là della mia opinione in merito a 13 Reasons Why, non dimentichiamoci mai che questo tipo di violenze esiste, ed è decisamente più subdolo e nascosto rispetto a quello che ci viene mostrato. Raccontare per vedere, parlare per denunciare, perché è necessario davvero poco per distruggere la vita di una persona, ma altrettanto poco tempo può aiutarti a salvarla.

Irene Coluccia

 

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