Racconti. “La cravatta di un barbone alternativo” di Carlo Cavalli

"Sono nata in una seteria di Como"

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La cravatta di un barbone alternativo

 

di Carlo Cavalli

Sono nata in una seteria di Como e ho vissuto i miei primi dodici anni di vita fra i bagliori della blasonata borghesia, con i soliti alti e bassi dettati dalla moda e dai capricci del collo di chi mi possedeva, a volte brutalizzandomi con quelle manone prepotenti e disarmoniche, dalle nocche gnoccute e dalle dita autoritarie.

Che quelle dita fossero dispotiche lo si capiva dal mignolo, quasi della grandezza del pollice : un modo per picchiare meglio i pugni sulla scrivania, incutendo soggezione in ditta.

Poi un giorno una delle due cameriere del Commendatore ebbe l’ordine perentorio di infilarmi in un bidone della spazzatura, niente affatto differenziata.

Mi sono così ritrovata vicina ad un caco in suppurazione e ad un giornale imbevuto forse di trielina, forse di una sostanza aliena trasudata da certe notizie cosmiche ma anche comiche.

Gastone è arrivato a frugare nella fagattoglia degli scarti, in una nottata di luna mezza abbozzata per via della bigia nuvolaglia inquieta ,facendo sfoggio di una levità, di un garbo, di una dolcezza quasi imbarazzanti.
Gastone, barbone effettivo ma alternativo, uomo di alto tasso intellettuale ed alcolico, ex muratore da ponteggi rigorosamente non protetti, prima cassaintegrato poi scassa disintegrato, come spesso capita nella vita.
Gastone mi ha palpata, quasi accarezzata, per poi salvarmi dal guazzabuglio del cassonetto, mentre tre gatti, non i soliti quattro, miagolavano sui tetti le loro beate isterie notturne.

Ora vivo in una baracca coperta da un curioso e vezzoso tettuccio stile pagoda, fatto di lamiere e di compensati incernierati con vezzi di architettura innovativa.

Fuori il nostro giardinetto ha quasi tutto, qualche geranio, una rosellina selvatica e Mister Cactus, una grossa pianta grassa con cui Gastone dialoga, discutendo di filosofia spicciola e di pianeti ostinatamente orbitanti attorno a un remoto astro luminoso, da lui chiamato “Il Sole Solitario”, pur essendo circondato da una pletora di meteoriti con una spiccata tendenza al meteorismo.
Vallo a capire, il mio amico Gastone.
E vai a capire anche il Cactus.

All’ingresso della non proprietà si erge una pencolante colonnina, eretta con pazienza sasso dopo sasso, e sopra non manca il vaso di basilico, in eterno bilico.
Gastone mi ospita nella cassapanca buona della nostra catapecchia reale.
Ai tarli non salta in testa di mangiucchiarmi, viste le decise regole imposte loro dal proprietario dello stabile instabile.

Per un barbone di lignaggio nulla è impossibile: neppure conoscere il linguaggio dei tarli, il ‘tarlucco‘.
“Duchessa”, mi ha chiamata.
Mentre lui mi annoda al collo di una camicia con tanti buchi e tantissime amnesie di buon bucato, mi parla con tenerezza e mi spiega che giretto faremo e come presumibilmente si svilupperà il nostro umore nella giornata e quando arriverà anche il momento di gigionare lungo il fiume, lui fischiettando ed io nodin-nodando ai salici piangenti.

Ora sono finalmente una cravatta felice.
Adoro il mio salvatore che mi intrattiene con parole vere, sincere, semplici e dirette.
E ancor più lo adoro se decide di inventare neologismi e buffi stranierismi , dentro i voli pindarici del lessico da lui definito “Barbonico Borbonico Bicarbonatico“.

Il Bicarbonatico è opportunamente dedicato al protocollo dei suoi borborigmi notturni.
Che mi cullano e mi addolciscono i sogni, sino a farmi invaghire di una cravattina onirica, di seta cruda e ignuda, percorsa da paradisiaci pois rosa che sono i nei della mia quasi sposa.
Del Commendatore nulla ho più saputo.
E del suo potere me ne faccio un baffo, stringendomi forte forte al collo di chi mi ha insegnato il sapere.

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