“Naturae” di Armando Punzo, viaggio dentro se stessi con i detenuti di Volterra

"L'approdo che cerchiamo è nelle nostre infinite naturae"

Armando Punzo durante lo spettacolo. Foto Valeria Cappelletti
  • di Valeria Cappelletti

VOLTERRA – Solo il silenzio scandito a tratti dal richiamo dei pappagallini inseparabili all’interno delle loro gabbie, poi le voci, i colori, i tantissimi colori diversi, sgargianti e cupi sugli abiti. Un viaggio in un mondo surreale ai confini della conoscenza, è “Naturae“, il nuovo lavoro della Compagnia della Fortezza, regia e drammaturgia di Armando Punzo. “Naturae” è andato in scena dal 30 luglio al 3 agosto nella Casa di Reclusione di Volterra, ho potuto assistere alla rappresentazione del 31 luglio e adesso vi voglio raccontare le sensazioni, le mie impressioni che sono del tutto soggettive.

Cos’è Naturae

Armando Punzo e il bambino

“Naturae” è l’evento speciale del secondo anno di attività di un progetto triennale realizzato per i trent’anni della Compagnia della Fortezza che ha la direzione artistica di Armando Punzo, l’organizzazione generale di Carte Blanche a cura di Cinzia de Felice, promosso e sostenuto dal MIBAC (Ministero per i beni e le attività culturali). Un progetto iniziato nel 2018 con “Beatitudo” liberamente ispirato all’opera di Jorge Luis Borges. La Compagnia della Fortezza nasce nel 1988 con l’obiettivo di portare il teatro all’interno del Carcere di Volterra.

Lui e il Bambino

Questo lavoro che rappresenta un “primo studio”, ha inizio così come era terminato “Beatitudo”: sulla scena, nel giardino della Casa di Reclusione troviamo Lui (Armando Punzo) e il Bambino, mano nella mano, ma dove sono diretti? “Una sola cosa è certa, che l’approdo che cerchiamo non è né in cielo, né in terra, né in un dio, né in un altrove esotico, ma tutto in noi, solo in noi, nella nostra natura, anzi nelle nostre infinite naturae” spiega Punzo. Se in “Beatitudo” c’era un forte richiamo all’acqua inteso anche come liquido amniotico, e quindi a quel momento di beatitudine che il bambino vive nella pancia della madre, in “Naturae” il richiamo è, come dice la parola stessa, alla natura.

Un viaggio surreale

Lo spettacolo sembra un percorso attraverso le varie fasi della vita, dal giardino il pubblico si sposta all’interno dell’area adibita a campo da calcetto. Vediamo Lui disteso immobile su un grandissimo lenzuolo bianco che ricopre tutta l’area, si trascina in direzione di una mela che giace sola al centro, una mela dorata, che sia il frutto che, secondo la mitologia greca, prometteva l’eterna giovinezza?

Poi ecco entrare sulla scena alcuni personaggi: un attore indossa un abito quasi completamente bianco, altri due hanno abiti neri con al centro mezzo cerchio giallo e uniti sembrano formare il Sole, altri tengono una sfera nella mano ruotano attorno a Lui, che siano rispettivamente, la Luna, il Sole e i pianeti? Sopraggiunge una donna vestita di rosso, parla con Lui, parla del senso della vita. Entrano altri personaggi, alcuni portano piante tra le loro mani, gli attori si muovono, camminano, sembrano evolvere, come fa la Natura, arrivano a creare il simbolo dell’infinito, così come infinito è il percorso di nascita e di morte di ogni essere vivete, un ciclo che non si spezza. Il tutto scandito dalle voci dei detenuti che leggono passi tratti dalle opere di Jorge Luis Borges mischiate dai richiami dei pappagallini e alla musica.

Arrivano attori che indossano galeoni dorati sulle loro teste, camminano l’uno verso l’altro, alcuni portano dei bastoni acuminati, li rivolgono verso gli altri e anche verso il pubblico che sia la rappresentazione della guerra tra i popoli? Della sopraffazione del forte sul debole?

Il viaggio prosegue all’interno della struttura e qui tutto si fa claustrofobico, i personaggi emergono da una sostanza bianca finissima, forse zucchero, alcuni sono addormentati, altri sono completamente sommersi tranne che per la testa, altri ancora coperti per metà busto. Raggiungo una sala più grande, c’è un corpo disteso, velato, ricorda Cristo Morto di Andrea Mantegna, c’è serenità in quel corpo disteso, bellezza, non tristezza della morte.

Ritorno all’aperto, nell’area del campo da calcio, ad attendere gli spettatori vari recipienti posti in fila su di una stoffa nera, contengono una sostanza bianca finissima, la stessa che ricopriva i personaggi nel viaggio precedente, vengono srotolati tappeti neri e poi con estrema lentezza gli attori vi gettano la sostanza bianca. Lui si distende su uno dei tappeti, altri due fanno lo stesso su altri teli vicini, i loro corpi vengono contornati dalla sostanza bianca, poi si alzano e rimane solo la loro sagoma. Il corpo non c’è più, solo polvere che presto verrà spazzata via dal vento e si riunirà alla sua Natura.

Galleria fotografica. A breve potrete trovare tutte le immagini sulla pagina Facebook del giornale.

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