Cento anni dalla nascita di Luciano Salce: nei suoi film l’irriducibile malinconia e l’umorismo sottile

Roma ha dedicato una mostra al regista

Luciano Salce sul set. Foto: pubblico dominio, copyright scaduto
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Pubblicato ore 16:00

  • di Marco Ferrucci

Con l’inaugurazione al Museo Etrusco di Villa Giulia della mostra a lui dedicata, Roma celebra il centenario della nascita di Luciano Salce. Luciano Salce può essere definito uno dei registi più interessanti del Novecento italiano ma anche senza dubbio uno dei meno amati dalla critica.

Se è vero che con film quali “Il Federale”, “La voglia matta” o “Il Prof. Dott. Guido Terzilli” il regista ha dato forma ad alcune tra le più note pellicole della commedia all’italiana, l’autore è stato allo stesso modo capace di sferzare i vizi della classe dirigente con il fantapolitico “Colpo di Stato” o di virare poi decisamente sulla satira grottesca con il celebre “Fantozzi“.

Inviso alla critica borghese e governativa quanto alla critica impegnata e militante che lo accusava di qualunquismo, Salce fece in effetti la scelta meno facile, ovvero ridere di tutto e di tutti senza allinearsi, risultando per questo generalmente inviso a larga parte del cinema nostrano. “Fare satira è sempre un esercizio difficilissimo, in un paese dotato di così poco senso dell’umorismo come il nostro, e fa rischiare l’impopolarità (..)” dichiarò Salce con l’abituale disincanto a proposito delle molte critiche negative ricevute dai suoi film.

Del resto, nonostante i suoi soggetti siano stati interpretati dalle maschere formidabili di alcuni dei migliori artisti del periodo, tra tutti Ugo Tognazzi, Alberto Sordi e Monica Vitti, Luciano Salce non incontrò mai veramente neppure il favore del pubblico e trovò reale popolarità solo mettendo in scena “Fantozzi”, unico film per cui spesso venga ancora ricordato.

Eppure è davvero difficile trovare un autore che in quelli anni sia stato capace di padroneggiare abilmente generi e temi tanto diversi senza mostrare il fianco alla banalità né offrire comodi schemi di catalogazione. “La voglia matta” può essere considerato in questo senso un film paradigmatico della scarsa fortuna critica del regista. Commedia amara dove Salce tratteggia sapientemente il primo sorgere del malcontento e della disillusione successiva agli anni ruggenti del boom economico, il film fu tacciato allora da alcuni critici persino di “immoralità” ed è oggi pressoché sconosciuto al grande pubblico. Eppure si tratta di una pellicola potenzialmente “di culto” se solo avesse avuto beneficiato di almeno un poco della fortuna critica del “Sorpasso” di cui peraltro condivide molti temi.

Nel film un quarantenne affetto da crisi di mezz’età, interpretato da Ugo Tognazzi, si innamora perdutamente della sedicenne Francesca, una bellissima e maliziosa Catherine Spaak, sino a cadere più volte nel ridicolo. Tale film fa davvero impressione ai giorni nostri per quanto allora riuscì ad anticipare lo spaventoso vuoto esistenziale di una borghesia annoiata, sazia del proprio benessere e fondamentalmente priva di valori. Ma è la stessa figura del protagonista, protesa al disperato inseguimento di una gioventù ormai perduta, a risultare di straordinaria attualità.  C’è molta malinconia nelle canzoni di Gino Paoli che fanno da sottofondo ai comici tentativi di corteggiamento di Tognazzi, come del resto nelle sequenze di fine estate sulla spiaggia, dove il protagonista diventa perfino involontario protagonista di una piccola epica tragica, sottoponendosi ad ogni angheria o piccolo sopruso per ingraziarsi i favori della sua giovane amata. Eppure quanto divertono certi dialoghi, certe caricature e pose, perfino grottesche, che non possono che suscitare il riso dello spettatore.

Tra i tratti che spiccano nella filmografia del regista c’è spesso infatti una satira farsesca e un umorismo sottile, probabilmente troppo avanti per essere compreso nell’Italia di allora, che fu scambiato per cinico compiacimento o peggio per una elencazione di maniera dei vizi italiani.

Eppure in ogni film c’è sempre come una sferzata, un graffio volto a svelare l’assurdità di alcuni schemi mentali o regole sociali, con effetti irresistibilmente comici, che non riescono mai del tutto a soppiantare un’irriducibile malinconia che fa da filo conduttore a tutta la filmografia di Salce. Insomma, satira e malinconia, forse proprio la dicotomia di fondo e i caratteri salienti di un regista maltrattato in vita dalla critica e dimenticato troppo in fretta dal pubblico.

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