Ottavia Piccolo è Haifa: “Una storia universale, che può riguardare tutti”

L'attrice è la protagonista dello spettacolo "Occident Express" al Goldoni

Ottavia Piccolo racconta una storia vera dedicata al personaggio di Haifa costretta a fuggire dall'Iraq
Un momento dello spettacolo. Foto: Alessandro Botticelli
  • di Valeria Cappelletti

LIVORNO – Ottavia Piccolo è tra le attrici più importanti e raffinate del panorama teatrale e cinematografico italiano, il primo ricordo che ho di lei risale al 1987, avevo nove anni, e interpretava la “mamma” di Renato Pozzetto in “Da grande” e già allora mi aveva colpito. Alle spalle aveva una carriera sfavillante: un ruolo in “Il Gattopardo” di Visconti, uno in “La famiglia” di Ettore Scola e a seguire numerose altre prove di grande maestria davanti alla macchina da presa, come doppiatrice di Carrie Fisher in “Star Wars“, o sul palcoscenico come in “7 minuti” di Stefano Massini regia di Alessandro Gassman o in “Donna non rieducabile”, scritto da Stefano Massini e dedicato ad Anna Politkovskaja.

E proprio sul palcoscenico Ottavia Piccolo è Haifa (nome di fantasia), una donna di 60 anni che fugge dall’Iraq in guerra insieme alla nipotina di quattro anni per raggiungere Stoccolma. Haifa è la protagonista di “Occident Express” in scena al Teatro Goldoni il 26 febbraio alle ore 21. Lo spettacolo è la cronaca di una fuga che la stessa attrice ci racconta in questa nostra intervista.

Il sottotitolo dello spettacolo è: “Haifa, nata per star ferma”, ma invece è costretta a fuggire

È appunto l’esatto contrario di quello che per tutta la sua vita pensava di dover fare. Tutta la storia è vera, i luoghi, che attraversa, le vicende, mentre il sottotitolo è un’invenzione del regista Stefano Massini, come se ci fosse stata una sorella che ripeteva: “Tu Haifa, sei nata per stare ferma”, e invece Haifa racconta: “adesso sono già nove ore che cammino con la bambina in braccio”.

Haifa ha un grande dono, una immensa forza interiore

Credo che sia qualcosa che ci accomuna tutti. Nessuno pensa di essere in grado di affrontare la paura, il dolore, le cose terribili che si parano davanti, invece è proprio in queste situazioni che acquisti una forza che credevi di non avere, è come un folletto dentro che ti obbliga a reagire, è l’istinto di sopravvivenza e di protezione verso qualcuno che ci fa fare cose impensabili.

Anche Haifa in un primo momento viene trascinata in questo viaggio, poi prende coscienza e comincia ad agire, contratta con chi le chiede soldi per portarla in barca a destinazione, non è più soggetta ai momenti e alle situazioni. È un insegnamento per ognuno di noi che certe volte pensiamo di non essere abbastanza forti e invece, forse, lo siamo più di quanto pensiamo.

Il tema è molto attuale ma di solito non ci viene mai raccontano cosa cosa devono affrontare queste persone, come invece accade in questo spettacolo

È quello che può succedere quando ti metti nelle mani degli altri, quando l’avidità degli altri porta a situazioni insostenibili. Il pubblico si emoziona, partecipa, cammina con Haifa, ma allo steso tempo cerchiamo di far capire al pubblico che sono situazioni che possono riguardare ognuno di noi, perché noi viviamo, come dice Primo Levi: “Tranquilli nei nostri letti”, ma la vita non è una cosa messa su binari sempre dritti, a volte succedono cose di cui non abbiamo percezione. 

La storia di Haifa è un po’ la storia di tutti?

Sì, raccontando Haifa, raccontiamo tutte le donne che fuggono. Penso alle nostre nonne che si sono mosse dalle città, dalle campagne affrontando per la prima volta l’ignoto. E questo non accadeva tanto tempo fa, ma negli anni ’60 e ’70 del Novecento, non parliamo solo dell’800.

Le persone che fuggono oggi sono uguali a quelle che fuggivano un tempo, siamo tutti uguali, è una storia universale. Le persone si sono sempre spostate da dove c’era da mangiare a dove non c’era, da dove non c’era lavoro a dove si sperava ci fosse, da dove c’era la guerra a dove non c’era, quindi non è una novità eppure ci meravigliamo: “Ma perché non stanno a casa loro, ma perché vengono qui?”. Ma loro non vogliono venire qui per rubare il nostro pane, vogliono andare in posto dove possono vivere, dove hanno i parenti. Haifa per esempio finisce a Stoccolma e lei neppure sapeva che esisteva questa città.

La cosa importante è che non diamo una connotazione etnica ad Haifa, io non sono vestita come una donna irachena proprio per dire che è una quesitone che riguarda tutti.

Sul palco insieme a lei c’è l’Orchestra Multietnica di Arezzo

La musica è fondamentale in questo spettacolo, non è di accompagnamento, racconta i sentimenti e le emozioni di Haifa e al tempo stesso gli otto musicisti dell’Orchestra, compreso il direttore Enrico Fink, sono personaggi  con cui mi confronto e questo è un modo di raccontare molto efficace e coinvolgente. Abbiamo fatto un lavoro bellissimo insieme, questo viaggio con loro è stato molto importante per me.

Quella con Massini è una collaborazione che dura ormai da molto tempo

Ormai sono 13 anni e questo è il settimo spettacolo che faccio su un suo testo, siamo legati a doppio filo, fino a che non si stufa di me (ride, n.d.r.), mi dispiacerebbe molto. Sono contenta della nostra collaborazione e felice di averlo come autore e come amico, anche se è molto più giovane di me, ha esattamente l’età di mio figlio.

Lei ha detto: “Voglio raccontare questa storia, mi aiuta a non voltare la testa dall’altra parte”

Tutti noi siamo spesso portati a dire: “questa cosa non mi riguarda” o “io cosa posso fare?”, da quando racconto questa storia e mi capita di vedere una persona per la strada di qualsiasi colore o etnia, mi dico chissà che percorso ha fatto, chissà cosa pensa. Se ognuno di noi si mettesse anche solo un poco nei panni di un altro, le cose apparirebbero in maniera diversa, lo sguardo verso di loro sarebbe differente.

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