“T’amo da morire”, l’intensa mostra della fotografa Antonella Monzoni. “Al primo schiaffo denunciare e allontanarsi”

Dedicata al tema della violenza sulle donne, visitabile fino al 5 dicembre

La mostra che si tiene in provincia di Modena
Share

Pubblicato ore 07:00

  • di Sandra Mazzinghi

Ho conosciuto Antonella Monzoni tre anni fa in una calda sera d’estate, a casa di un’amica fotografa, Eleonora Carlesi. La prima sensazione che provai al suo arrivo fu curiosità per i prodotti tipici dei suoi luoghi (Modena), che aveva portato per condividerli con noi a tavola. E, subito dopo, rimasi attratta dal suo dialogare di fotografia. È proprio attraverso la fotografia infatti che Antonella riesce a prestare i suoi occhi al mondo e a donare emozioni. Eppure, anche se sapevo che è un’affermata autrice di livello internazionale, che vanta numerosi premi per le sue opere e i suoi reportage, ciò che mi ha colpito era la disinvoltura con cui parlava di fotografia, come se ne fosse
parte integrante e inscindibile.

Antonella Monzoni

Ma spesso anche gli incontri di una sera hanno un senso: anche se non ci siamo più viste, ma solo sentite per lavori sulla fotografia, appena ho visto che inaugurava la sua mostra “T’amo da morire” nella Sala delle Mura di Castelnuovo Rangone (provincia di Modena), non ho resistito a chiederle un’intervista. Ho avuto una necessità incalzante di cercarla, che sono lieta, di aver assecondato, visto che il tema mi tocca da vicino: il mio primo libro pubblicato, esattamente oggi di 10 anni fa, era proprio sulla violenza sulla donna. Violenza in casa.

Per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la fotografa Antonella Monzoni, negli scatti in mostra interpreta la dinamica della violenza domestica sulle donne. Immagini sui luoghi della violenza in casa, violenza non solo fisica, ma anche verbale e psicologica, una violenza che una volta ogni tre giorni sfocia in un omicidio nei posti dove le donne dovrebbero essere più protette: la loro casa.

Antonella, raccontami quando nasce in te l’interesse per la fotografia

Ho iniziato “tardi” a fotografare: a 40 anni, un’età decisiva per tutti, soprattutto per le donne. Ho sentito il bisogno di fare qualcosa per me stessa e la fotografia mi è venuta incontro, si è palesata, e attraverso un percorso autodidatta ho creato tanti progetti, ho scattato e ho conosciuto persone meravigliose e non ho più smesso. Certamente volevo recuperare il tempo che definivo “perso”, ma che perso non era, era il mio bagaglio di vita ed io ero pronta per un cambiamento importante.

Tu sei il vicedirettore editoriale della prestigiosa rivista “Gente di Fotografia”: la fotografia è tua passione e tuo lavoro. Lo sai che sei fortunata?

Sì. Posso rispondere con certezza. È il mio principale alimento, che tengo vivo con continua curiosità. Amo le “storie”, i piccoli grandi racconti di vita che le persone sanno rivelarti e che a mia volta voglio raccontare con la fotografia. Nella costruzione del progetto e durante il coinvolgimento che nasce con le persone che fotografo, mi rendo conto che, attraverso loro, cerco di capire più me stessa. Un aspetto fondamentale che mi ha sempre colpito è la fiducia reciproca che si innesca nell’atto fotografico. Le mie fotografie di reportage non sono altro che fotografie d’incontro, sono tecnicamente gesti molto semplici, generati soprattutto dalla motivazione e dall’urgenza di comunicare. Molta più anima che tecnica.

La mostra “T’amo da morire”: un progetto attualissimo, un tema su cui non dobbiamo mai abbassare la guardia. Cosa dovrebbe fare una donna al primo insulto da parte del compagno?

Preoccuparsi seriamente. E porre moltissima attenzione ai comportamenti del compagno, riflettere anche su suoi atteggiamenti più o meno recenti ai quali al momento non aveva dato una gran rilevanza, ma che nella costruzione di un percorso potrebbero rappresentare l’ingresso in quelle che vengono definite “Le Linee della violenza” che iniziano con attacchi verbali, intimidazioni, svalorizzazione della donna…

Alcune immagini della mostra (sotto prosegue l’intervista)

E al primo schiaffo?

Denunciare e allontanarsi dal compagno. La violenza fisica è uno step successivo alla quale potrebbe seguire quella sessuale, ricatti, estrema gelosia, atteggiamenti alternati da false riappacificazioni. Gli step sono sempre gli stessi, è un format nei confronti del quale ogni donna deve porre la giusta allerta e chiedere aiuto al Centro antiviolenza più vicino. Purtroppo i dati a disposizione riportano che il 75,6% delle donne che subisce violenza non sporge denuncia. Gli omicidi che avvengono all’interno delle mura domestiche sono l’85% e il 70% delle vittime aveva già denunciato.

Certi uomini non accettano di essere lasciati… Quanto è importante educare il genere maschile a non considerare la donna una proprietà?

Fondamentale, è il nocciolo di questa terribile questione. Un certo universo maschile continua a mantenere una modalità dell’amare che si traduce in toni violenti e scabrosi derivanti dal senso del possesso sul reciproco femminile. Curando questo universo maschile e facendogli riconoscere il “mostro che ha dentro” si salverebbero tante vite.

Com’è possibile far passare un messaggio del genere usando una foto?

Non è semplice. Io presento immagini che ritraggono i luoghi troppo spesso teatro di violenza sulle donne: non vicoli bui o spazi apparentemente pericolosi, bensì immagini di ambienti domestici. Ho riprodotto storie, scenari di cucine, salotti, camere da letto che si trasformano in prigioni, siti di paura, pericolo e purtroppo anticamere della morte. Il tutto accompagnato da una serie di racconti audio che nascono da vere testimonianze raccolte in un Centro antiviolenza della mia zona, che ci parlano di una violenza non solo fisica, ma anche e soprattutto verbale e psicologica. Inoltre, in un video con fondo nero scorrono in loop i nomi delle donne uccise nel 2018, in modalità silenziosa come un urlo soffocato.

Quanti nomi di donne ammazzate scorrono nel video alla mostra?

142. Più di una ogni tre giorni. Vorrei sottolineare che la violenza sulle donne non ha classe sociale, zona geografica, situazione economica, limiti di età.

Fotografia e pandemia. Secondo te è cambiato il modo di fotografare?

Per un verso è cambiato, per necessità, nei periodi di lockdown si sono viste immagini più intime visto che non si poteva uscire e incontrare altre persone. Credo di poter sostenere che la fotografia femminile, che è sempre stata caratterizzata da una forte vena intimista, ora ha ancora più accentuato questa esigenza. Recentemente sono stata in giuria di un contest fotografico per donne fotografe e la maggioranza dei lavori presentati erano progetti estremamente intimi e personali, che urlavano solitudine e disagio.

Luogo:  SALA DELLE MURA.
Indirizzo: Via della Conciliazione, 41051 – Castelnuovo Rangone – Emilia-Romagna.
Quando: fino al 05/12/2021.
Orari: sabato e domenica 10-12.30 e 15.30-18.30, apertura straordinaria il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.


Sandra Mazzinghi è una giornalista, appassionata di letteratura e arte fotografica.

Autrice di tre romanzi, le piace curiosare nella vita dei grandi personaggi. Ha un ufficio stampa che si occupa di promuovere eventi culturali.

© Vietata la riproduzione

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi con asterisco sono obbligatori


*