Intervista ad Alessandro Benvenuti in scena al Grattacielo con “Un comico fatto di sangue”

Solo sul palcoscenico racconta le vicende di una famiglia

Alessandro Benvenuti al centro artistico il grattacielo
Alessandro Benvenuti
  • di Valeria Cappelletti

LIVORNO – Alessandro Benvenuti, attore, regista, sceneggiatore e scrittore torna a Livorno per il terzo anno consecutivo, stavolta per aprire la stagione numero 15 del Centro Artistico Il Grattacielo (via del Platano, 6) e lo fa con lo spettacolo “Benvenuti, un comico fatto di sangue” che porta in giro per l’Italia da diversi anni.

Attore e regista di commedie come “Ad Ovest di Paperino”, “Benvenuti in casa Gori”, “Belle al bar”, “Ritorno a casa Gori”, Benvenuti ha saputo raccontare con ironia e comicità tutta toscana, ma anche con un pizzico di malinconia, la nostra Italia.

L’appuntamento al Grattacielo è il 25 ottobre alle ore 21.15. Noi di Livornosera lo abbiamo intervistato per svelare qualche curiosità in più.  “Benvenuti, un comico fatto di sangue” è scritto da Benvenuti con la collaborazione drammaturgica della moglie Chiara Grazzini. Regia dello stesso Benvenuti.

Di cosa parla lo spettacolo?

Racconta 15 anni di una storia familiare dal 2000 al 2015. Sono cinque piccoli atti che parlano dell’amore tra due persone destinate alla felicità perché si vogliono bene, hanno fatto due figlie, e tra loro tutto fila liscio, finché un giorno in casa arriva un cucciolo, un tenero animale paffuto che nel tempo diventa la causa di un dissidio tra queste due persone. Se vogliamo essere stringati possiamo riassumerla così: come una vita animale può portare uno squilibrio in una coppia equilibratissima.

Come mai la scelta di far entrare un cagnolino? Lei e Chiara Grazzini vi siete ispirati a qualcosa?

Noi in famiglia abbiamo sempre avuto cani. Di solito si parte dal proprio vissuto, dai racconti sugli animali che ci fanno amici e persone che ce li hanno e poi elabori una cosa di fantasia. Quello che racconto in scena non è ciò che è successo in casa mia però riguarda qualcosa che tutti conoscono bene. Questo è uno spettacolo che per i possessori di cani è una delizia, si distinguono subito in una platea, perché rispondono a certi dettagli che solo chi ha un animale può apprezzare. Ma a ogni modo ciò che raccontiamo sul palco sono vicende familiari riconoscibili da chiunque.

Come si caratterizza lo spettacolo?

Premetto che adoro sperimentare linguaggi comici e cerco sempre di differenziare i testi che porto, in questo caso la divisione in cinque atti è dovuta al fatto che tre sono recitati da me e due sono letti perché come dice l’incipit dello spettacolo sono delle testimonianze documentali. Faccio un esempio, per capire meglio, io ho un problema con la famiglia e vado dallo psicologo il quale mi dice di scrivere degli appunti che serviranno per sfogarsi e per avere un quadro più lucido della malattia, diciamo quindi che uno di questi due atti unici è una specie di seduta psicoanalitica tradotta in un dialogo teatrale in cui io parlo con la mia moglie ideale; mentre l’altro si compone degli appunti che Mara, la moglie, ha scritto e quindi è la versione dei fatti dal punto di vista della donna. È uno spettacolo a cui sono molto affezionato.

Si parla di famiglia, un tema che lei aveva già analizzato in Casa Gori. Come mai questa scelta?

La famiglia è il primo nucleo della società quindi si parte dalla prima cellula per capire poi come la società si ammali a livello di macro cellulare. È un luogo familiare in cui è più facile distinguere le verità, svelare i segreti, capire la stessa natura di cui si è fatti, in fondo tutti veniamo da un padre e una madre, un incrocio biologico, una catena del DNA che grosso modo assomiglia a tutti, quindi decifrare i genitori vuol dire conoscere se stessi. 

“Un comico fatto di sangue”, perché questo titolo?

Si riferisce al comico che è fatto di sangue cioè è un essere umano che può sanguinare ma vuole anche dire che un fatto di sangue può essere anche comico. Parla sia di me in quanto comico ma anche di me che racconto un fatto di sangue comico. Basta cambiare il soggetto. È ambivalente, un po’ macabro, però…

Sul palco è da solo. È più difficile affrontare il pubblico da soli o insieme ad altri attori?

Sicuramente è più difficile farlo da soli, nel senso che se ti perdi non ti aiuta nessuno. Anche se chi fa questo mestiere non dovrebbe trovare difficoltà a salire su un palcoscenico che sia da solo o in compagnia. È però piacevole in tutti e due i casi quando fai qualcosa in cui ti diverti.

Cosa ci può dire su Livorno?

Sono stato fuori da Livorno per più di dieci anni e poi improvvisamente negli ultimi tre anni sono tornato, è fantastico. Tra l’altro Il Grattacielo mi è caro perché sono venuto solo una volta molti anni fa quando ancora non c’era la sala grande, la stavano mettendo a posto ed è anche una cosa bella tornare in un luogo in cui manco da così tanto tempo per di più uno spazio molto significativo per la città di Livorno. Sono felice di poter aprire la stagione del Centro Artistico.

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