1979, a Livorno arrivano le prime donne muratore

"Eravamo giovani e ci veniva da ballare il boogie woogie sulle impalcature"

Da sn: Licia Gorlei, Susanna Fastame, Fiorella Guidi e Marina Baldasseroni
  • di Laura Paggini

LIVORNO – 1979: dopo anni di lotte civili le donne uscivano, studiavano, lavoravano, ma difficilmente riuscivano a ricoprire ruoli di prestigio. Erano maschi i presidi nelle scuole, i direttori negli uffici e ancora molti lavori erano loro preclusi.

Finché, grazie alla Legge 285 del 1977, quando le Regioni stanziarono fondi ai Comuni per realizzare progetti speciali nei quali occupare i giovani, l’unico criterio di selezione fu l’ordine di graduatoria delle liste di collocamento.

A Livorno 36 ragazze ventenni, sposate e con un figlio, furono assunte per la realizzazione di tre restauri importanti: l’attuale Teatro delle Commedie, la biblioteca dei ragazzi in Villa Fabbricotti e il “castelletto” di Villa Maria. Furono le prime donne muratore della nostra città e i giornali locali parlarono di novità “storica”.

Ne abbiamo incontrate quattro: Licia Gorlei, Susanna Fastame, Fiorella Guidi e Marina Baldasseroni, che ci hanno parlato a nome di tutte.

Avete incontrato ostacoli nella vostra assunzione? 

SUSANNA: Il Comune, quando si rese conto che la manovalanza dei progetti sarebbe stata tutta al femminile, cercò di fermarli. Non ci perdemmo d’animo e occupammo la Sala Conciliare giorno e notte, finché non arrivò l’assunzione. Un anno e mezzo di lavoro e di studio e alla fine tutte superammo l’esame di idoneità in Regione per operaie specializzate. Ma in un colpo solo sempre il Comune cancellò lavoro ed esame e ci inserì come inservienti. Facemmo ricorso al TAR; dopo 17 anni di solleciti è andato in prescrizione. Allora ci siamo rivolte al Consiglio di Stato che non si è ancora pronunciato. Assumerci per quello che eravamo, operaie specializzate, avrebbe voluto dire “mangiare” il posto agli uomini.

Lo stereotipo del lavoro da maschio, canotta e muscoli, vinse anche nelle vostre famiglie?

SUSANNA: In molti pensarono che non ce l’avremmo fatta. Mia mamma pianse per un anno e mezzo, tanto durò il lavoro, ma solo perché avevo fatto il liceo e due anni di università e sperava in qualcosa di più.

FIORELLA: Mia mamma invece non pianse per niente. Si offrì subito di tenere mia figlia. Mi ero fermata alla terza media e dall’età di 14 anni avevo iniziato a lavorare come commessa ma non mi era piaciuto.

LICIA: Mio marito mi consigliò di accettare. Avremmo preso solo 300mila lire ma sarebbe stato il primo passo per la mia indipendenza economica e di vita. Con uno stipendio avrei potuto anche decidere di lasciarlo. Non l’ho fatto; chi lascerebbe un uomo così?

A voi piacque quel lavoro?

SUSANNA: Nessuna si pose il problema del lavoro “da maschio”, noi vivevamo il problema della disoccupazione. Ma certo è stata dura. Le tre strutture comunali erano in condizioni pietose. Mentre le ripulivamo anche dagli escrementi pensavamo ai nostri titoli di studio, qualcuna era anche laureata. Poi fummo istruite al mestiere da tre ditte edili livornesi. Imparammo il restauro “all’antica”: cemento, malta e mattoni. All’inizio fummo tutte impiegate nella demolizione, lo scarico delle macerie, calcina e intonaco. Facevamo cento chili di calcina al giorno e tutto manualmente perché alle donne la legge vietava l’uso di qualsiasi mezzo. Alla sera, quando tornavamo a casa, non riuscivamo neanche a muovere le mani, ma servizi e figli aspettavano e pure i mariti. La notte sognavamo betoniere. In un secondo tempo ognuna di noi si specializzò, Licia ad esempio era Mrs. Arriccio. I capimastri pretendevano la perfezione e noi imparammo bene. Eravamo sempre più soddisfatte di noi stesse e del nostro lavoro. Nei cantieri non ci furono mai problemi.

MARINA: I tecnici ci fecero qualche rapporto per indisciplina ma tutto finiva in una discussione e via. Facevamo il nostro lavoro con serietà, ma eravamo giovani e magari ci veniva da ballare il boogie woogie sulle impalcature. Non avevamo paura di niente.

Come reagivano le persone nel vedervi a lavoro?

SUSANNA: Tanta curiosità ma niente di più. Per antonomasia l’impiegata comunale era tacco alto e minigonna. Noi, arrampicate anche fino a cinque metri, dentro alle nostre tute, eravamo “insolite”.

MARINA: Però mettevamo sempre rimmel e rossetto!

LICIA: E anche qualcosa in più. Io lavoravo al teatro; una volta ci portarono a Villa Maria dove altre colleghe facevano il soffitto. Mi sembrarono statuine di marmo tanto erano bianche.

Qual era il rapporto tra di voi?

SUSANNA: Il lavoro era difficile e la mattina dovevi trovare un motivo per andare. Non poteva essere il futuro che non c’era, essendo un progetto a tempo determinato. Erano le compagne, quelle che avrebbero dovuto fare il muro al posto tuo se ti fossi assentata. Siamo andate al lavoro anche incidentate. Da subito fummo unite da una grande solidarietà e divenimmo presto anche grandi amiche.

Una tale esperienza lavorativa e umana quanto ha influito nella vostra vita? 

FIORELLA: Ero stata una casalinga che aspettava il marito alla finestra, una bimba che si era sposata a quindici anni, ma nel confronto con le altre mi sono sentita finalmente donna, capace di decidere.

SUSANNA: Siamo state trentasei teste, con vissuti e formazioni diverse, che si sono incontrate, scontrate e sono cresciute insieme. Il nostro non è stato un femminismo intellettuale ma proprio un’esperienza di vita.

Cosa direste a una ragazza che vi chiedesse un consiglio sul suo futuro? 

FIORELLA: Vai e affronta tutto.

SUSANNA: Fatti rispettare.

MARINA: Non rimanere da sola.

SUSANNA: Oggi i giovani sono disgregati. Non sanno unirsi ed essere combattivi. Allora noi avevamo la Lega dei Disoccupati che non era solo un elenco; ci incontravamo, ci davamo da fare.

LICIA: Il nostro lavoro ha sfidato e vinto il tempo, in ogni senso. Unitevi e lottate.

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