Che cosa c’è dietro una Pelliccia: dolore e sofferenza

Eecco i numeri di una tendenza che non può più “andare di moda”

pelliccia
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La pelliccia è da sempre il capo che, purtroppo, più caratterizza l’essenza della moda. Un simbolo di eleganza, per molti, di stile e di distinzione, per altri. Di ricchezza e di ostentazione senza dubbio. Di certo, non di buon gusto o di buon senso per altri. La pelliccia è per antonomasia sinonimo di morte e sofferenza, ma sembra che tutti coloro che decidono di indossarla non se ne rendano conto. O, quantomeno, non abbastanza.

Al di là di tante considerazioni, quel che è necessario capire una volta per tutte è che realizzare una pelliccia non ci rende più belli e non ci fa sembrare più ricchi o più eleganti. Indossare una pelliccia ci rende complici di un sistema perverso ricco solo di sadismo, cattiveria e mancanza di rispetto. Uccidere (nel migliore dei casi, perché spesso visoni, volpi e altre creature vengono scuoiati mentre sono ancora in vita) per la pelle è quanto di più atroce un essere evoluto come l’uomo possa fare. Non è giusto, non serve e danneggia tutti. Danneggia persino l’uomo stesso.

Ma cerchiamo di capire meglio tutti questi aspetti, snocciolando qualche dato interessante su cui riflettere.

Come “cresce” una pelliccia?

Oltre l’80% delle pelli utilizzate dall’industria della pelliccia proviene da animali costretti a vivere in cattività all’interno degli allevamenti destinati a questo macabro mercato. Si tratta di strutture che, in molti casi, è già complicato definire tali. Realtà fatiscenti, colme di centinaia di minuscole gabbie dove, senza igiene e rispetto, vengono costretti per giorni e giorni tantissimi animali.  La “tecnica” della restrizione di queste creature che, nella maggior parte dei casi, hanno un destino segnato fin dalla nascita: quello di contribuire all’elevazione massima dei profitti a spese della propria vita. Un meccanismo, ormai, ben “consolidato” che non prevede la minima regolamentazione sulle condizioni in cui vengono costrette queste creature. All’interno degli allevamenti, infatti, viste le condizioni di privazione costante, nascono continuamente comportamenti stereotipati, che portano gli animali ad auto-mutilarsi a causa dello stress o fenomeni di cannibalismo. Tutto questo, lo genera l’uomo. Per avere una pelliccia.

Quali sono gli animali più allevati?

Ancora oggi, l’animale maggiormente allevato per la sua pelliccia è il visone. Subito dopo, la volpe. Ma sono tanti altri gli esemplari che “fanno gola” per il loro manto: dai cincillà alle linci, passando addirittura per i criceti e senza dimenticare conigli, ermellini e agnellini, sono oltre 70 milioni gli animali allevati nel mondo per le loro pelli. Secondo un’indagine effettuata dalla PETA, il 64% degli allevamenti sorge sul territorio del Nord Europa, l’11% è in Nord America, mentre la restante percentuale è distribuita tra le altre parti del mondo, dall’Argentina alla Russia, senza alcun tipo di distinzione.

Ma è in territori come l’Asia dove il mercato delle pellicce assume contorni ancor più inquietanti. Un’indagine segreta della Human Society of the United States ha rivelato come anche cani e gatti paghino con la stessa moneta di visoni e altri esemplari. Quelli che per noi sono animali da compagnia, in Oriente sono alla base di un’industria multimilionaria che, all’insaputa di molti, produceva quegli stessi capi che, in molti casi, si potevano trovare nelle vetrine delle più famose boutique americane o europee.

Ad oggi, in Europa, diversi Paesi stanno vietando l’allevamento di animali per la produzione di pelliccia o, comunque, spingono per forti restrizioni che, a lungo andare, portano alla cessazione di questa attività. L’Olanda, ad esempio, che è la terza nazione al mondo per produzione di pellicce di visone, nonostante gli interessi economici, ha deciso di fermare la produzione, facendo da apripista a Austria, Danimarca (che però ha detto basta solo per le volpi), Inghilterra, Irlanda del Nord, Scozia, Slovenia, Croazia e Bosnia.

In Italia? Ad oggi, tra Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Abruzzo, sono presenti una ventina di allevamenti di visoni nei quali sono imprigionati oltre 200mila creature innocenti. Molti altri rischiano di iniziare la “produzione”.

A cura di “Animalisti Italiani Onlus”

 

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