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Pubblicato ore 17:10

Le Giorno della Memoria è stata dedicata una pietra d’inciampo a Gigliola Finzi posta in via Verdi.

Gigliola Finzi, la sua è una piccola storia finita tragicamente a pochi mesi dalla nascita, alla banchina di un binario morto all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz alla fine del maggio 1944.

La famiglia Finzi Della Riccia abitava a Livorno da molti anni in via Verdi 25, la mamma Berta Della Riccia era casalinga e il padre Natale Finzi lavorava in città come commesso, il nonno materno Erasmo impiegato in ufficio al poligrafico “Salomone Belforte & Co” in via della Madonna, è ricordato come un uomo buono e mite insieme alla moglie Egle Di Veroli, tuttavia poco si riesce a costruire di questa famiglia perché furono deportati tutti e nessuno ritornò.

Nel 1941 la famiglia riesce a ottenere la discriminazione: le leggi razziali emanate tre anni prima non vengono applicate al loro caso. La discriminazione delle leggi era prevista in alcuni casi, ad esempio, per i cittadini di religione ebraica che avevano combattuto per il paese durante la prima guerra mondiale oppure per gli impiegati nelle tante fabbriche di cui la città e la provincia erano piene e che facevano parte dell’industria di guerra.

Erasmo della Riccia è il primo a ottenere la discriminazione nel luglio del 1941 e a novembre riesce a farla avere a Berta e Luciana, le figlie, e a Natale e riesce a trovare impiego nelle miniere dell’Amiata grossetana in quell’anno infatti la famiglia non è a Livorno si è trasferita a Castell’Azzara in provincia di Grosseto dopo i bombardamenti nel maggio e giungo del 1943. A Castell’Azzara sono ospiti della famiglia Contini i quali ricordano la fede profonda di Erasmo e il ricorso incessante alla preghiera di tutta la famiglia, la sera, pregavano sempre.

Erasmo e Natale trovano lavoro per un periodo alle miniere di Mercurio del Siele, proprietà del commerciante livornese Rosselli. È proprio nei mesi estivi che si scatena una feroce e aggressiva campagna di stampa contro gli ebrei, parte fino ad allora della comunità locale.

Ad autunno uno scrupoloso funzionario Alceo Ercolani, Prefetto di Grosseto, per fare carriera, mostrando zelo, sei giorni prima che gli venga ufficialmente chiesto dal Ministero dell’Interno allestisce un campo di internamento per gli ebrei a Roccatederighi nell’ala estiva della villa del seminario vescovile. Il Vescovo Galeazzi, figura discussa, firma il contratto di affitto. Il 30 novembre 1943 tutte le prefetture italiane ricevono l’ordine di pulizia n. 5: tutti gli ebrei anche discriminati devono essere inviati in campi di concertamento, Roccatederighi si riempie e davanti alla villa viene tirato del filo spianto e issato un muro, il muro degli ebrei per nascondere alla vista il caseggiato dalla strada sottostante.

Seguono giorni molto difficili, il 2 dicembre arrivano gli ebrei arrestati a Pitigliano, il giorno seguente quelli arrestati a Grosseto e così via fino a raggiungere, nel febbraio 1944, le 64 persone internate di cui 38 saranno deportate. Tra il 7 e il 10 dicembre vengono sequestrate altre decine di aziende agricole di proprietà di ebrei, la cosa fa notizia, si tratta di ettari ed ettari di terreno in una zona fortemente agricola e che a molti fa gola, anche la famiglia Della Riccia subisce il provvedimento, devono presentarsi in Prefettura e dichiarare di essere ebrei. I Contini cercano di convincerli a non presentarsi, possono nasconderli, hanno dei poderi isolati nelle campagne vicine, potrebbero stare lì per un periodo o durante il rastrellamenti, intorno, e colline sono cave, grotte, possibile nascondigli, ma la situazione è diventata complicata e sempre più difficile, gli ordini di presentarsi si fanno insistenti, pressanti, tra rastrellamenti, sequestri di beni, terreni, appartamenti, il territorio è presidiato, come sfuggire?

Erasmo, Berta che è incinta, Luciana e Natale alla fine si presentano in Prefettura. Sono tutti internati a Roccatederighi tranne Berta che viene portata in ospedale a Roccastrada. Il 19 febbraio 1944 Berta partorisce Gigliola nel reparto maternità e subito dopo il parto viene trasferita a Roccatederighi, a marzo vengono portati a Fossoli e il 16 maggio deportati ad Auschwitz. Gigliola viene uccisa all’arrivo.

Nonno Erasmo aiutato da Luciana, Berta con Gigliola in braccio e Natale, che le protegge con il suo abbraccio, sono fatti scendere dal treno a spintoni e urla, la bimba piange, Berta non riesce a farla smettere, del resto sulla banchina ferroviaria c’è molta confusione, le famiglie cercano di non essere divise. Spari, calci, spintoni verso destra o verso sinistra, non si sa bene perché, nonno Erasmo cerca di tenere insieme la sua famiglia ma ci sono i soldati che imprecano e i cani che abbaiano contro i prigionieri. Un giovane soldato tedesco infastidito dal pianto della neonata, strappa Gigliola dalle braccia di Berta e la uccide barbaramente davanti agli occhi dei genitori, uccide anche Berta e Natale che reagiscono inorriditi ed esterrefatti. Erasmo, che stanno già portando via, si divincola dalla stretta dei soldati e viene uccio anche lui, Luciana è avviata in stato di choc all’immatricolazione ma non farà più ritorno.

A raccontare tutto sarà Frida Misul nel suo diario, anche altri deportati come Alberto Sed ricordano l’orrore di quel momento. È il 23 maggio 1944.

La storia è anche raccontata nel romanzo di Laura Paggini, “Pesante come una piuma”.