Recensione. “Lo stronzo”, storia di un femminicidio

Un lugo monologo che affronta il tema del femminicidio

andrea lupo in lo stronzo
Andrea Lupo sul palco
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  • di Gianluca Donati

LIVORNO – Il Nuovo Teatro delle Commedie ha ospitato ieri sera “Lo stronzo”, opera scritta diretta e interpretata da Andrea Lupo, uno spettacolo che ha fatto il giro di tutta Italia negli ultimi tre anni, in ben nove regioni.

L’opera è un atto unico, con la medesima scenografia per tutta la rappresentazione e con un unico attore, lui, Lupo, che da solo riesce a tenere in piedi la scena senza mai annoiare.

L’apertura del sipario rivela al pubblico una grande porta bianca al centro di una parete nera, illuminata da luci fredde stroboscopiche accompagnate da musiche dal suono violento. All’improvviso, mentre l’effetto stroboscopico lascia il posto a luci bianche fisse, entra l’attore-autore calato nel personaggio di Luca che fermandosi presso la porta chiusa, inizia a gridare irabondo contro sua moglie Lili, che è dietro quella porta, moglie che per tutto lo spettacolo però, non si vedrà e non se ne sentirà mai la voce.

L’assenza fisica del personaggio di Lili e il suo silenzio sono funzionali, in quanto evidenziano la percezione distorta che il protagonista ha di lei: “non c’è”, lei non risponde, o forse è lui che non ascolta o non sente e il pubblico è costretto a partecipare all’azione dal suo punto di vista, identificandosi con lui.

È evidente da subito che i due coniugi hanno appena avuto una furiosa lite, iniziata probabilmente da una stupida questione e degenerata in modo drammatico.

La recita prosegue così, con un lungo monologo che alterna il suo sbraitare contro la porta, con lunghe rimembranze che vedono il protagonista seduto su una struttura irregolare che funge da “confessionale”, illuminato questo da luci calde e apparentemente rassicuranti, e dove egli rievoca i ricordi della sua infanzia, i nonni, i genitori, il fratello; ricordi a cui egli attinge per cercare invano le ragioni della crisi della sua relazione e delle conseguenze finali.

Per tutta l’esibizione che vede Lupo “mattatore”, emerge chiaramente una personalità gretta di un maschio volgare e violento, incapace lui stesso di comprendere veramente la sua donna e forse neppure se stesso. Nonostante l’opera sia decisamente drammatica, in più momenti lo spettacolo strappa al pubblico delle risate amare, perché il protagonista è talmente grottesco da suscitare inevitabilmente ilarità.

Al di là dei suoi meriti di autore e regista, quello che colpisce è la capacità di Lupo di tenere in piedi da solo lo spettacolo, recitando con un ritmo velocissimo, senza mai mostrare indecisioni e perfettamente immedesimato nel personaggio.

Al termine dello spettacolo, la porta centrale si colora di un’inquietante luce rossa che fa presagire che qualcosa di drammatico accadrà, o forse è già accaduto. Le luci si spengono, scrosciano spontanei gli applausi e Lupo rientra sul palcoscenico posando sopra quel “confessionale” sul quale era seduto, una scarpa da donna con tacco a spillo rossa, simbolo della lotta contro i femminicidi.

Gli applausi si sono protratti a lungo, mentre Lupo usciva e rientrava più volte sul palco. Dopo l’autore si è gentilmente concesso al suo pubblico, e nonostante l’evidente stanchezza dopo aver gridato per quasi tutta la scena, ha risposto alle domande che gli erano rivolte.

E qui si è compiuto il magico incanto dell’incredibile trasformazione teatrale: il rozzo e furioso personaggio rappresentato, lasciava il posto all’uomo spoglio della maschera scenica, mostrandosi persona gentilissima che in comune con Luca aveva solo l’accento veneto e una generosa e sorprendente logorrea.

Nel confronto con il pubblico, Lupo ha spiegato che l’idea per “Lo stronzo” è nata da un fatto reale di cronaca concernente a un uomo che per futili ragioni aveva litigato con sua moglie e in preda alla rabbia furiosa era giunto a uccidere la donna. Cominciò a fare delle ricerche per approfondire il fatto e da lì, decise di realizzare un’opera teatrale dedicato al tema del “femminicidio”. L’attore ha spiegato di aver voluto costruire un personaggio “comune” che potesse rimanere per certi aspetti anche simpatico a qualcuno.

Nell’idea iniziale di Lupo, la porta doveva essere trasparente e posta tra il palcoscenico e il pubblico: Luca avrebbe così gridato davanti a lui, verso il pubblico, ma lo scenografo che ha lavorato alla messa in scena, ha consigliato all’autore di collocarla dietro l’attore. Lupo fa notare che per tutto lo spettacolo, il personaggio di Luca rivolgendosi a Lili, non dice mai “entro”, ma intima lei a uscire, a testimoniare l’incapacità del protagonista di andare incontro a lei.

Il pubblico chiede all’autore: alla fine lui l’ha uccide? Andrea Lupo risponde: “Il finale ‘è aperto’, forse è già morta sin
dall’inizio”.

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