Johan August Strindberg: drammaturgo e poeta prolifico

Scrisse cinquantotto drammi e un'autobiografia

Johan August Strindberg
August Strindberg, foto di Robert Roesler (1881)
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  • di Gianluca Donati:

La settimana precedente, per la nostra rubrica dedicata al teatro, abbiamo trattato il teatro espressionista, citando tra gli autori che si sono cimentati in quest’avanguardia Johan August Strindberg. Questa settimana vogliamo soffermarci proprio su quest’autore, drammaturgo, scrittore e poeta svedese, che assieme al norvegese Henrik Ibsen, rappresenta l’apice della tradizione letteraria scandinava, anche per la varietà e il prestigio della sua produzione, ricoprendo sostanzialmente tutti i generi letterari raccolti in circa cinquanta volumi, giungendo pertanto per riconoscimento unanime tra i massimi artisti letterati del mondo.

L’esistenza di Strindberg fu travagliata, vissuta tra molteplici esperienze complicate e scelte radicali e contraddittorie, spesso orientata simultaneamente a diverse discipline non necessariamente relative alla sua figura letteraria, mettendo alla prova anche nella scultura, pittura e fotografia, chimica, alchimia e teosofia. Questa pluralità strindbergiana, era il sintomo evidente di un conflitto intimo con l’essenza convenzionale del suo tempo e dell’esistenza, e fu una delle principali fonti della sua creatività; Strindberg fu anche il destinatario di uno dei celebri “biglietti della follia” di Friedrich Nietzsche.

Strindberg scrisse cinquantotto drammi e un’autobiografia, tra i quali: “Il padre”, “Camerati”, “La signorina Julie”, “Creditori”, “Avvento”, “Delitto e delitto”, “Pasqua”, “Danza di morte”, “Il sogno”, e altre ancora. “Sogno” del 1901, fu ad esempio, un’opera memorabile; l’autore racconta sotto forma di scrittura drammaturgica, la discesa cristica sulla terra della Figlia del Dio indiano Indra, incarnata in una donna di nome Agnes, allo scopo di “conoscere gli uomini e la vita, per scoprire se è tanto dura quanto si dice”. In questa forma umana, Agnes vive una varietà di quotidiane esperienze esistenziali, valutando che la convivenza coniugale, è la più intollerabile di tutte. Alla fine, ella s’innalza al cielo portandosi con sé la pessimistica consapevolezza che il genere umano può essere solo compatito, perché su di esso grava una “pena”, in qualche maniera da espiare, o un “peccato metafisico”. In tale opera – Sogno – Strindberg intese come imitazione “dell’incoerente ma apparentemente logica forma del sogno, nel quale tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile” e dove tempo e spazio non esistono più.

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