Giorgio Strehler e “I giganti della montagna” di Pirandello

Nei suoi spettacoli grande cura per illuminazione, ritmo e spazio

Giorgio Strehler
Giorgio Strehler e Milva (1968)
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  • di Gianluca Donati:

Questa settimana per la consueta rubrica dedicata al teatro, parliamo di Giorgio Strehler, uno dei più rilevanti protagonisti del teatro italiano e internazionale. Il teatro di Strehler si colloca nel filone delle più moderne forme di teatro novecentesche dell’arte drammatica, avendo come punti di riferimento le lezioni di eccellenti autori, tra tutti, Antonin Artaud, Louis Jouvet e Bertolt Brecht. Negli spettacoli teatrali di Strehler sono sempre molto curati lo spazio scenico, il ritmo e soprattutto, l’illuminazione. Il lavoro di Strehler restituisce un’interpretazione fedele al testo e della volontà dell’autore, attraverso un accurato lavoro di ricerca storica, avendo sempre al centro dell’interesse la storia, l’uomo e le sue azioni.

Nel 1947, nel suo primo anno di direzione del Piccolo Teatro di Milano (da lui fondato insieme a Paolo Grassi e Nina Vinchi e che poi a lui è stato dedicato), Strehler mette in scena per la prima volta “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello, scomparso da un decennio. L’opera di Pirandello è l’ultima e rimasta incompiuta nell’ultimo atto. La scelta pirandelliana, appare così un atto dovuto, da parte di un teatro pubblico che deve valorizzare il patrimonio artistico – culturale, nazionale. La rappresentazione di Strehler risulta uno spettacolo un po’ convenzionale, passivamente fedele al testo.

Il dramma narra di una compagnia di attori disadattati che giunge in una Villa abitata da strani personaggi tra cui vi è anche un mago. Nella compagnia è presente anche Ilse, una contessa, che con gli altri attori cerca di mettere in scena un’opera teatrale. Il mago le suggerisce di andare a rappresentare l’opera davanti ai Giganti delle montagne, uomini di alto potere che vivono su una montagna.

Nel 1966 lo spettacolo viene replicato: adesso Strehler è artisticamente più maturo e inventa, mimicamente e testualmente, senza aggiungere parole, e il finale che Pirandello non ha scritto, ma solo riassunto da Stefano Pirandello, figlio di Luigi, è costruito attraverso degli appunti che delineano un ultimo atto dove il personaggio di Ilse recita davanti ai Giganti che la uccidono. Viene steso orizzontalmente un telone, come se rappresentasse un grezzo sipario teatrale, da una parte sono gli attori della compagnia, e dall’altra sono rappresentati i Giganti spettatori. La sensazione è che più che di un palco teatrale ci si trovi di fronte a un palco di esecuzione capitale.

In basso, sulla destra, una luce illumina gli arnesi di lavoro dei teatranti, i loro bagagli che trasportano gli elementi del trucco. I colleghi assistono smarriti e partecipi alla lotta di Ilse, posta al di la del lenzuolo-sipario, cogliendone solo l’ombra, sola contro i Giganti ostili. Fondamentale, per la riuscita della scena, l’uso delle luci magistralmente dirette da Strehler, e l’uso di musiche con percussioni di tamburo che enfatizzano la lotta mortale con i Giganti.

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