Rinascita e coraggio al centro degli spettacoli di Marco Conte e Chiara Stoppa

Sul palco di Magenta e Antignano per Scenari di Quartiere

Marco Conte durante lo spettacolo. Foto: C. Foschi
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Pubblicato ore 07:00

  • di Gianluca Donati e Rosanna Harper

LIVORNO – “Il ritratto della salute” è il titolo di uno spettacolo teatrale scritto da Chiara Stoppa e Mattia Fabris e diretto da Fabris, una rappresentazione che ha un valore importante non solo perché tratta un tema delicato come la malattia del cancro e il calvario della chemioterapia, ma anche perché è una storia vera, autobiografica, che è accaduta realmente a Chiara Stoppa.

Chiara Stoppa

Lo spettacolo è già andato in scena in innumerevoli repliche ed è diventato anche un libro dal titolo omonimo. Ieri sera, 21 settembre, è stato presentato nel terzo giorno di programmazione di “Scenari di Quartiere”, e ha avuto come teatro un giardino di un appartamento privato nei pressi del quartiere Magenta.

Prima che lo spettacolo avesse inizio, ha preso la parola Marco Leone direttore artistico e ideatore di “Scenari”, insieme a Fabrizio Brandi, e ha spiegato l’idea dell’esperimento di questo festival, ricordando che in contemporanea andava in scena un altro spettacolo teatrale nel quartiere Antignano. Prontamente l’attrice Chiara Stoppa che era a pochi passi da Leone, ha colto l’occasione per una battuta al volo, facendo capire che lo scenario più bello era quello di Antignano dove si trovava Marco Conte con “L’occhio di vetro che vedeva lontano”, offrendo così l’occasione per un simpatico siparietto comico tra Leone e Stoppa che ha divertito i presenti. Poi Leone si è congedato dal pubblico con una citazione di Freud e ha passato il microfono a Marinella Viscusi di Quartieri Uniti che ha ringraziato il Goldoni e la famiglia residente ospitante.

Entrata in scena Chiara Stoppa, i riflettori si sono concentrati su di lei, e dopo un breve discorso introduttivo, ha iniziato a recitare il testo. La maglia e i pantaloni neri dell’attrice si sono così stagliati sulla parete chiara alle sue spalle, e sul piccolo tavolino quadrato bianco che per tutto il corso dello spettacolo è stato l’unico oggetto con quale l’attrice ha interagito.

La storia inizia nell’estate 2005 e racconta di lei, attrice di teatro sempre più in difficoltà nel fare le prove degli spettacoli a causa di una misteriosa e insidiosa stanchezza cronica che aumenta sempre di più con il passare del tempo. Inizialmente sottovalutato il problema dai medici, scoprirà in un secondo tempo di avere un tumore e dover sottoporsi alla chemioterapia. Inizia così un lungo calvario. Il merito principale però del testo è quello di affrontare un tema serio (drammatico), come la malattia, con ironia, rendendo la narrazione niente affatto pesante, e sostenuta da una recitazione brillante, servendosi anche di una dinamicità del corpo. Così, il piccolo tavolo ha assunto di volta in volta un ruolo diverso a seconda del momento della narrazione, e Chiara Stoppa vi si è seduta, sdraiata, o rizzata in piedi. La fisicità della recitazione era evidente e punto di forza aggiunto; Stoppa si è espressa con il tono della voce, con l’espressione del viso e con la plasticità del corpo. Si percepiva che il testo era “sentito”, pienamente dalla sua autrice.

È successo anche un curioso episodio: per necessità di copione, Stoppa a un certo momento della storia ha cominciato a gridare le sue battute. A quel punto una signora dalla finestra di un appartamento adiacente ha chiesto gridando di abbassare la voce. Chiara non si è fatta deconcentrare e sciogliendo il possibile imbarazzo con un’improvvisa battuta, ha paragonato il carattere della misteriosa signora a quello di sua madre – personaggio importante della storia – suscitando l’ilarità del pubblico. L’episodio non si è più ripetuto e non ha influenzato la performance di Chiara che ha portato avanti la sua storia fino alla fine dello spettacolo, quando un lungo applauso ha sigillato il successo della serata. (Gianluca Donati)

Galleria fotografica di Cecilia Foschi

  • Il pubblico. Foto: C. Foschi

di Rosanna Harper

Davanti al mare. Con la collina di Montenero alle spalle. E un tramonto rosso fuoco che ha aperto la sera. In una suggestiva cornice, piena di luce e di colori, ha preso forma, ieri, la terza giornata di Scenari di Quartiere. All’interno di una ospitale terrazza nel cuore di Antignano è andato in scena “L’occhio di vetro che vedeva lontano”, spettacolo di e con Marco Conte.

La storia è quella di Michele Scotto, giovane ufficiale dell’Accademia Navale di Livorno. A raccontarla, in un monologo carico di emozione e di momenti intensi, è Marco Conte: compito di un attore di teatro, spiega lo stesso Conte, è quello di raccontare storie. E Conte lo fa, riprendendo il filo dei ricordi, avvolgendoli come se avesse scritto la sceneggiatura di un film: “Marco – spiega Fabrizio Brandi, direttore artistico di Scenari di Quartiere – aveva una storia dentro, la voleva raccontare”.

“Michele Scotto da bambino era bellissimo, una cosa di cui si compiaceva anche un po’ – racconta Conte. Aveva la passione per il ballo, passione che aveva coinvolto anche la sorella Vincenza, da tutti conosciuta come Enzina, una ragazzina che coltivava il sogno di diventare attrice, una ragazzina con del talento. Nel 1943, Michele, si trova al largo de La Maddalena, imbarcato sulla nave più potente della Marina italiana, la Corazzata Roma. Sono momenti difficili, la storia ce lo insegna: c’è una potente esplosione e la Corazzata Roma si spezza in due. Fuoco e fiamme. La nave si eclissa in fondo al mare. Michele è vivo, viene tratto in salvo, a bordo di una scialuppa. Le sue condizioni sono gravissime. Viene curato, ha il volto fasciato, così come gran parte del corpo. Le sue condizioni migliorano, ma il suo occhio resta danneggiato. Michele non si perde d’animo: nelle ore di silenzio che fanno seguito alla nuova visione che ha del suo volto, programma la sua vita, “come se col telecomando avesse cambiato canale”. Si sottopone e numerosi interventi chirurgici. Parte, va a Taranto: nella città pugliese conosce Bruna, i due si innamorano, hanno due bambini, il secondo figlio, Marcello, nasce a Livorno. Michele entra in Accademia: è il primo del suo corso. La sua carriera conosce la svolta a Roma negli anni Sessanta. Resta incantato dai primi calcolatori, dalle nuove tecnologie informatiche: una vera e propria rivoluzione. Quello di Michele è un occhio di vetro che vede molto lontano. Un occhio che gli permette di guardare allo sviluppo di un apparecchio, il modem che, secondo Michele stesso, rappresenta il futuro perché permetterà alle nuove generazioni di collegarsi in tutto il mondo. Da tutto il mondo vengono a studiare i sistemi informatici messi a punto da Michele. Quella di Michele è una storia incredibile, quella di un uomo instancabile che, nonostante le difficoltà, non ha mai smesso di crederci. Lo spettacolo finisce, sono gli applausi del pubblico presente in terrazza, ad Antignano, a celebrare la vita di Michele.

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